La manipolazione sicura dei farmaci antiblastici
Le ragioni per porre l'attenzione su questa tematica sono due: il peso specifico di impatto
sulla salute e la dimensione epidemiologica del fenomeno. In tale ottica, sebbene il rischio
lavorativo del singolo addetto all'esposizione lavorativa dei chemioterapici antiblastici non
sia certo particolarmente elevato (anche per la sempre più diffusa adozione di linee guida di
protezionistica in ambito lavorativo), l'impiego sempre più massiccio e diffuso di farmaci
antitumorali in ambito clinico ospedaliero, nelle farmacie, nell'assistenza domiciliare e negli
ambulatori e non, ha dilatato l'interesse alla problematica la cui corretta risoluzione appare
oramai improcrastinabile. A tutt'oggi le aree interne alle strutture ospedaliere destinate alla
ricostituzione (manipolazione) dei farmaci citostatici non risponde generalmente ai criteri che
garantiscono la corretta preparazione e l'incolumità dell'operatore sanitario deputato a tale
compito. Infatti, nella maggior parte dei casi la manipolazione dei farmaci viene effettuata
in qualche vano ricavato dai reparti di degenza, di day-hospital o di ambulatorio e non sempre
in una stanza separata. Talora non viene utilizzata neanche una cappa a flusso laminare verticale
fornita di appositi filtri. Ciò comporta un notevole fattore di rischio di contaminazione a
carico dell'operatore e dell'intero ambiente dove viene compiuta questa operazione. I farmaci
antineoplastici sono forniti di varie proprietà citotossiche utili in ambito terapeutico, ma
le medesime divengono pericolose al di fuori di questo: trattasi delle proprietà di mutagenesi,
teratogenesi, carcinogenesi e immunodepressione. Però non tutti gli antineoplastici sono citotossici,
né tutti i farmaci citotossici sono usati esclusivamente nel trattamento del cancro. Inoltre,
i farmaci antineoplastici, come altri farmaci, possono causare reazioni allergiche e/o infiammatorie
dovute al solo contatto di chi li maneggia. Tutto ciò implica che il contatto con la cute e le
mucose può causare patologie locali o sistemiche. La manipolazione sicura di farmaci nocivi è
un argomento che deve coinvolgere le strutture sanitarie e l'ambito domiciliare dove sono interessati
altri soggetti oltre al paziente. Per quanto possibile, il farmacista dovrebbe essere colui che
stabilisce e decide le politiche e le procedure per assicurare un'appropriata manipolazione di tutti
i farmaci pericolosi all'interno di ogni struttura sanitaria. Le raccomandazioni presenti in queste
linee guida dovrebbero essere applicate in ogni luogo dove sia richiesta la manipolazione di farmaci
pericolosi, inoltre dovrebbero essere arricchite dall'esperienza professionale di personale qualificato
e da quelle informazioni che di volta in volta si rendessero disponibili.
Rischi connessi ai farmaci chemioterapici antiblastici
Il pericolo per il personale sanitario esposto ai chemioterapici antiblastici è dovuto alla
combinazione tra la tossicità intrinseca, capacità di inibire la crescita cellulare mediante
un blocco della replicazione cellulare, ma anche dalla loro capacità di agire come allergeni,
e l'estensione di esposizione a cui il personale rimane esposto durante lo svolgersi delle
proprie mansioni.
Le potenziali vie di contaminazione sono fondamentalmente l'inalazione, l'assorbimento
attraverso la cute e/o mucose, l'iniezione accidentale, l'infusione. Alcuni studi condotti
su personale sanitario che accidentalmente si era contaminato con antiblastici o che non
impiegava alcuna misura di protezione hanno dimostrato un'elevata eliminazione urinaria dei
metaboliti dei farmaci.
L'evidenza scientifica è documentata da una serie di studi condotti sugli operatori
sanitari e considera la capacità mutagenica, teratogenica e cancerogenica dei farmaci
antiblastici. Infatti, nei lavoratori con esposizione protratta sono documentate alterazioni
cromosomiche, così come nelle infermiere esposte nel primo trimestre di gravidanza è stato
riscontrato un aumento di incidenza di aborti spontanei e di malformazioni congenite. L'esposizione
al rischio può avvenire mediante un'involontaria ingestione del farmaco insieme agli alimenti
(per esempio, durante la ristorazione sul luogo di lavoro), inalazione di polveri, di aerosol,
diretto contatto con la pelle. I farmaci che possono rappresentare un rischio per il personale
sono tutti quelli che presentano le seguenti caratteristiche:
- mutagenicità
- carcinogenicità
- teratogenicità
- evidenze di tossicità d'organo o di altro tipo.
Gli effetti oncogeni e teratogeni di dosi terapeutiche di diversi agenti antineoplastici
sono ben noti. Le proprietà mutagene di alcuni citotossici, immunosoppressori, agenti
antivirali e modificatori della risposta biologica sono altrettanto note e documentate.
Gli effetti tossici a lungo termine (cancro, riduzione della fertilità e lesioni organiche)
dell'esposizione cronica a piccole quantità di uno o più farmaci sopra citati rimangono imprecisati.
Per esempio, è noto che un utilizzo a lungo termine di potenti agenti immunosoppressori può
determinare lo sviluppo di linfomi. Tuttavia non si è ancora stabilito a quale concentrazione
di farmaco o dopo quanto tempo questo possa accadere e ancora come questo effetto possa correlarsi
con il probabile livello di farmaco assunto attraverso l'esposizione del personale durante la
preparazione e la somministrazione di centinaia o migliaia di dosi iniettabili sia per os.
Alcuni studi hanno cercato di stabilire la potenziale esposizione dei farmacisti ospedalieri e
del personale infermieristico ad alcuni farmaci ad alto rischio, sia all'interno di strutture
sanitarie che negli ambulatori. Questi studi hanno esaminato la mutagenicità sulle urine o il
danno cromosomico nei soggetti che hanno allestito o somministrato terapie iniettabili antineoplastiche.
Si è pensato che la mutagenicità e il danno cromosomico riscontrati fossero l'indice di assorbimento
e dell'esposizione ai farmaci manipolati. Può esistere una correlazione tra carcinogenicità, danno
cromosomico e mutagenicità. Pertanto, questi studi dimostrano che la manipolazione di farmaci ad alto
rischio implichi un pericolo per la salute del personale sanitario esposto. Se l'esposizione a dosi
di tali agenti è cumulativa, questa dovrebbe essere senz'altro ridotta con la stretta osservanza di
procedure atte ad assicurare una manipolazione sicura. Vi è la necessità di ulteriori studi più
approfonditi su questo tema, ma la consapevolezza del problema ha portato a una riduzione generalizzata
dell'esposizione grazie a un miglioramento delle tecniche impiegate nelle manipolazioni e a un aumento
dei programmi specifici rivolti alla sicurezza. La conoscenza definitiva dei pericoli derivanti dalla
manipolazione di farmaci ad alto rischio potrà, forse, essere completata solo grazie a studi epidemiologici
effettuati sul personale sanitario.
I pericoli di esposizione per il personale sanitario possono essere riassunti come segue.
- Se i farmaci ad alto rischio vengono manipolati nello stesso modo in cui si manipolano sostanze
meno pericolose, il rischio di contaminazione dell'ambiente di lavoro è praticamente certo.
- I pochi dati a disposizione suggeriscono che tale contaminazione può verificarsi in seguito
all'esposizione e all'assorbimento dei farmaci da parte del personale sanitario ed altri; la
quantità di farmaco assorbito da un qualunque individuo in un dato giorno è probabilmente molto
scarsa a meno che i tempi di esposizione non siano eccessivi.
- In ogni caso l'esperienza derivata dall'uso terapeutico di farmaci pericolosi indica che il
danno è cumulativo; gli individui che per motivi professionali manipolano per un lungo periodo di
tempo farmaci nocivi, sono esposti ad un rischio più elevato.
- Considerato tutto ciò, l'impiego di procedure, equipaggiamenti e materiali che riducano
l'esposizione ai farmaci ad alto rischio del personale sanitario all'interno di strutture sanitarie
diventa indispensabile.
Organizzazione per una manipolazione sicura dei chemioterapici antiblastici: misure preventive
tecnico-strutturali.
Si tratta di specifici provvedimenti da adottare, in fase di progettazione e realizzazione delle
attrezzature e degli impianti, per garantire all'intero ciclo di attività connesso al rischio di
esposizione ai farmaci antitumorali (preparazione, trasporto, somministrazione, smaltimento,
manutenzione delle attrezzature) tutti i criteri di sicurezza previsti dalla legge. Il criterio
di sicurezza ambientale mira al raggiungimento della protezione dell'ambiente e alla eliminazione
dei contaminanti. L'ambiente può essere contaminato in ogni fase della manipolazione dei farmaci,
in particolare durante lo stoccaggio, la preparazione, la somministrazione e l'eliminazione dei residui.
Se tutte queste operazioni vengono eseguite correttamente il rischio si riduce sensibilmente o si annulla.
I criteri di protezionistica dell'ambiente riguardano pertanto lo studio delle possibili sorgenti di
esposizione e le caratteristiche dei locali dedicati che devono rispondere a quanto previsto dal D.L. 626/94.
Sorgenti di esposizione e caratteristiche dei locali
Negli ambienti di lavoro l'assorbimento può avvenire principalmente per via inalatoria o percutanea.
Le altre vie di penetrazione nell'organismo possono essere definite inusuali, per esempio, quella per
via oculare dovuta a spruzzi e quella per via digestiva dovuta a ingestione di cibi contaminati.
L'esposizione professionale a questi farmaci può coinvolgere differenti categorie di lavoratori e può
verificarsi durante le diverse fasi della manipolazione.
Immagazzinamento
La movimentazione di confezioni non integre di farmaci può provocare esposizione degli operatori
addetti al ricevimento e allo stoccaggio in farmacia e nei reparti oncologici. Pertanto devono
esistere locali specificamente destinati all'immagazinamento dei chemioterapici antiblastici,
dotati di sistemi di aerazione e pavimenti in materiale plastico facilmente lavabile.
Obiettivo 1. la contaminazione accidentale dell'ambiente sanitario, con la conseguente esposizione
a sostanze pericolose per il personale, per i pazienti, per i familiari e per i visitatori, si previene
mantenendo l'integrità e la sicurezza delle confezioni dei farmaci ad alto rischio.
- L'accesso a tutte le aree dove sono conservati i farmaci ad alto rischio deve essere limitato al
personale specificamente autorizzato.
- L'ideale sarebbe adottare un metodo per far sì che il personale possa riconoscere i farmaci che
necessitino di speciali precauzioni.
- Sarebbe opportuno individuare un metodo per far sì che i pazienti, una volta a casa, e i familiari,
possano riconoscere quei farmaci che necessitano di particolari precauzioni.
- Si dovrebbe richiedere alle aziende produttrici e distributrici di tali farmaci di adottare un
metodo adeguato per poter identificare l'imballaggio entro cui sono contenute confezioni di farmaci ad
alto rischio.
- Procedure scritte concernenti la manipolazione di confezioni danneggiate di farmaci ad alto rischio
dovrebbero essere mantenute evidenti.
- Le attrezzature (scaffali, carrelli, banconi, vassoi) utilizzate per immagazzinare farmaci
pericolosi devono essere concepite in modo tale da prevenire possibili rotture e da limitare la
contaminazione in caso di perdite o fuoriuscite di farmaco.
- I metodi di trasporto dei farmaci ad alto rischio verso le strutture sanitarie dovrebbero
essere in linea con le regole locali o nazionali di protezione ambientale per il trasporto di sostanze
pericolose.
Preparazione
Poiché molti farmaci devono essere solubilizzati e trasferiti da un flacone all'altro, o
comunque devono essere manipolati prima di essere somministrati al paziente, il rischio di
formazione di aerosol per nebulizzazione e di spandimenti durante la fase di preparazione è
elevato. L'inquinamento atmosferico si verifica soprattutto durante le fasi di:
- apertura della fiala;
- estrazione dell'ago dal flacone;
- trasferimento del farmaco dal flacone alla siringa o alla fleboclisi;
- espulsione di aria dalla siringa per il dosaggio del farmaco.
La via inalatoria non è la più frequente. Quella percutanea è senz'altro più importante e, per cause
accidentali, sono anche interessate la via oculare e digestiva. I locali riservati alla preparazione
dei chemioterapici antiblastici devono essere dotati di pavimento e pareti rivestite fino a opportune
altezze da materiali plastico facilmente lavabile, per esempio, PVC elettrosaldato, possibilmente munito
di sguscio agli angoli. È opportuno poter disporre di una stanza filtro al fine di mantenere
maggiormente isolato il locale di preparazione dagli altri locali. L'ambiente deve essere mantenuto,
se possibile, in depressione (20-30 mm di colonna d'acqua) rispetto all'esterno, in modo da evitare
contaminazioni.
Le porte di accesso dovrebbero essere del tipo a battente con apertura verso l'esterno, al fine di
mantenere la depressione. Il locale deve inoltre essere protetto dalle turbolenze d'aria che potrebbero
vanificare le misure di sicurezza. All'interno della stanza deve essere previsto un "punto di
decontaminazione" costituito da un lavandino a pedale e un lavaocchi di sicurezza. La soluzione
ideale sarebbe un apposito box o servizio con accesso alla stanza. La stanza, se dotata di sistema
di condizionamento centralizzato, dovrebbe essere munita di sistema di esclusione a pulsante del
condizionamento stesso, da azionare in caso di accidentali spandimenti di farmaci allo stato di polveri.
La velocità dell'aria immessa dall'impianto non dovrebbe superare gli 0,15 m/sec. e i ricambi d'aria nel
locale non dovrebbero essere inferiori ai 6 volumi di aria primaria per ora. Nella stanza è opportuno
istallare un pulsante per i casi d'emergenza e predisporre un sistema vivavoce, evitando la presenza di
un telefono tradizionale. All'interno della stanza filtro o del locale in cui si opera dovranno essere
conservati i mezzi protettivi individuali e i mezzi di sicurezza da impiegare in caso di spandimenti
accidentali (maschere, camici monouso, soluzione di ipoclorito di sodio al 10% per la neutralizzazione
chimica). La soluzione ottimale è rappresentata da un sistema con un labirinto obbligato di docce e
ambiente filtro per gli indumenti di lavoro.
Obiettivo 2. la preparazione dei farmaci ad alto rischio non deve portare alla contaminazione
dell'ambiente sanitario o a un'eccessiva esposizione del personale, dei pazienti o dei familiari, ai
liquidi o aerosol del farmaco nocivo.
- Si devono adottare linee guida e procedure standard sulla manipolazione dei farmaci ad alto rischio.
- Deve essere chiaro un metodo per uniformare tutto il personale coinvolto sulla natura dei farmaci
nocivi insieme a linee guida e procedure riguardanti la loro manipolazione.
- Deve essere sviluppato un sistema di verifica e di documentazione sull'accettabilità delle prestazioni
del personale e sulla loro conformità alle procedure stabilite.
- Deve esistere una sufficiente informazione all'interno dell'area di lavoro in merito all'uso di farmaci
ad alto rischio.
- Dovrebbero esistere appropriate attrezzature che impediscano la contaminazione batterica del prodotto
e assicurino la protezione del personale e dell'ambiente dai potenziali rischi del farmaco.
- L'utilizzo di apparecchiature per la riduzione dei rischi di contaminazione dovrebbe essere completato
anche dall'adozione di una serie di dispositivi e materiali per la sicurezza del personale.
- Deve essere costantemente applicata un'appropriata tecnica di manipolazione per mantenere la sterilità
dei farmaci iniettabili e per prevenire la formazione di contaminanti da parte di farmaci antiblastici.
- Dovrebbero essere stabilite e adottate procedure per la preparazione e distribuzione di dosi di farmaci
antiblastici non iniettabili.
- Il personale sanitario dovrebbe conoscere le procedure da seguire in caso di accidentale contatto
oculare e cutaneo con sostanze ad alto rischio.
- Tutti i contenitori di farmaci antiblastici devono essere dotati di appropriate etichette che indichino
la necessità di manipolare i farmaci ivi contenuti in modo appropriato.
Somministrazione
Nel corso delle operazioni di somministrazione il contatto cutaneo si può verificare soprattutto a
causa di stravasi di liquido dai deflussori, dai flaconi e dalle connessioni. I locali in cui avviene
la somministrazione di chemioterapici antiblastici devono avere idonei sistemi di aerazione, pavimenti
in materiale plastico facilmente lavabile e un idoneo lavabo.
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Obiettivo 3. Le procedure relative alla somministrazione di farmaci ad alto rischio aiutano a prevenire
sia l'esposizione accidentale dei pazienti e dello staff sia la contaminazione dell'ambiente circostante.
- Deve essere stabilito un metodo per informare e istruire il personale sanitario in merito a tali
procedure.
- Devono essere stabilite ed osservate procedure standard che garantiscano una somministrazione
sicura dei farmaci antiblastici.
- Devono essere prontamente disponibili attrezzature e materiali idonei a proteggere lo staff
assistenziale, i pazienti e l'ambiente dal rischio di esposizione
- Il personale deve essere a conoscenza delle procedure da eseguire in caso di contatto accidentale
cutaneo e/o oculare con i farmaci antiblastici.
Smaltimento
Una esposizione professionale a queste sostanze può avvenire durante le operazioni di smaltimento.
Con particolare attenzione devono essere trattati:
- materiali residui utilizzati nella preparazione e nella somministrazione;
- mezzi protettivi individuali;
- filtri delle cappe dopo la loro rimozione;
- letterecci contaminati dagli escreti dei pazienti sottoposti a trattamento;
- urine dei pazienti (queste possono essere anche causa di inquinamento ambientale per la
contaminazione del sistema fognario); eventuale nebulizzazione prodotta dal risciacquo dei gabinetti.
Al termine del lavoro di somministrazione è necessario:
- eliminare tutto il materiale usato (siringhe, aghi, guanti, telino, ecc.) in contenitori
non perforabili aventi etichette con la dicitura evidenziata "rifiuti ospedalieri trattati";
- lavare ripiani, pavimenti e superfici, dove è possibile la presenza di tracce di farmaco,
con una soluzione di ipoclorito di sodio al 10 % in acqua.
La scelta dell'ipoclorito di sodio si basa sulle considerazioni di una minore tossicità rispetto
ad altri neutralizzanti (HCL, NaOH) e di una buona azione disinfettante, non posseduta da altri
antidoti. I residui di farmaci rimasti nei flaconi, nelle fleboclisi, nelle siringhe e negli aghi
vanno raccolti in appositi raccoglitori per i rifiuti speciali e inviati allo smaltimento mediante
inceneritore. I contenitori devono essere pratici, sicuri e non devono originare prodotti tossici
durante l'incenerimento. In caso di dispersione accidentale di farmaco occorre ricordare che la
rimozione e la pulizia devono essere effettuate con opportuni accorgimenti da personale qualificato.
In presenza di vetri dovuti alla rottura di flaconi o fleboclisi contenenti citostatici si devono
indossare mascherine e guanti doppi. I residui di farmaco venuti a contatto inavvertitamente con
le mani si rimuovono lavandosi accuratamente con acqua e sapone. Si ribadisce che:
- le siringhe devono essere smaltite con l'ago innestato utilizzando gli appositi contenitori rigidi
a chiusura ermetica non reversibile (preferibilmente in materiale plastico resistente ai liquidi e di
difficile perforazione);
- i mezzi di protezione individuale monouso degli operatori e il telino utilizzato per la protezione
del piano di lavoro sono da considerarsi potenzialmente contamiati e debbono pertanto essere smaltiti in
contenitori rigidi a chiusura ermetica per "rifiuti ospedalieri speciali";
- i camici possono essere inviati alla lavanderia con procedure normali.
Tutti i materiali residui dalle operazioni di manipolazione dei chemioterapici antiblastici
(mezzi protettivi individuali monouso, telini assorbenti monouso, bacinelle, garze, cotone,
fiale, flaconi, siringhe, deflussori, raccordi) e i letterecci contaminati dagli escreti dei
pazienti devono essere considerati "rifiuti speciali ospedalieri e, pertanto, devono essere smaltiti
come tali, se non vengono sottoposti preventivamente a un trattamento di inattivazione che consiste
nell'utilizzo di ipoclorito di sodio al 10%, che entro 24 ore è in grado di determinare una buona
inattivazione di gran parte dei chemioterapici antiblastici. Le urine dei pazienti sottoposti a
chemioterapia dovrebbero essere inattivate prima dello smaltimento in quanto, specialmente nel caso
dei pazienti urologici sottoposti a istillazioni endovescicali, contengono elevate concentrazioni di
principio attivo. I filtri delle cappe, dopo la loro rimozione, devono essere riposti in sistemi a
doppio involucro, considerati come rifiuti speciali ospedalieri, sottoposti a inattivazione e quindi
smaltiti.
Obiettivo 4. La struttura sanitaria, il suo staff, i pazienti, il personale esterno, i visitatori e
l'ambiente esterno non devono essere esposti alla contaminazione da parte di materiali di scarto di
farmaci ad alto rischio prodotti durante la loro preparazione.
- Devono essere presenti precise norme e procedure che regolano l'identificazione, il contenimento,
la raccolta, l'isolamento e l'eliminazione dei materiali di scarto derivanti da farmaci antiblastici.
- Attraverso i servizi e le strutture sanitarie il materiale di scarto derivante da farmaci
antiblastici viene identificato, raccolto e isolato da tutti gli altri rifiuti.
- Il materiale per pulire o asciugare eventuali travasi di farmaci antiblastici deve sempre essere
a disposizione e il personale sanitario deve essere addestrato ad utilizzarlo in modo appropriato.
- Il materiale di scarto dei farmaci pericolosi deve rispettare tutte le regolamentazioni e le
leggi vigenti concernenti la manipolazione dei farmaci antiblastici.
Manutenzione delle cappe
Nella manutenzione delle cappe l'esposizione professionale può verificarsi nelle seguenti condizioni:
pulizia delle cappe e rimozioni dei filtri.
Eliminazione degli escreti
Il problema legato alla eliminazione degli escreti è spesso misconosciuto, anche se è noto che i farmaci
antineoplastici vengono eliminati attraverso le urine e le feci, la cui manipolazione costituisce rischio
per il personale e per l'ambiente. Per esempio, durante la chemioterapia endovescicale l'emissione di urina
è fortemente contaminata dai farmaci impiegati, così pure nella chemioterapia sistemica con farmaci ad alto
dosaggio (methotrexate, platino). Tali escreti dovrebbero essere raccolti in recipienti particolari a
completa tenuta e svuotati con le clausole di abattimento previste dalla legge. La raccolta degli escreti
deve avvenire con tutela per il personale da assistenza, con uso quindi di guanti e mascerine neutre. La
tutela dell'ambiente viene salvaguardata trattando gli escreti raccolti con gli antidoti prima di eliminarli
tra i rifiuti organici.
Conviene ribadire che è necessario seguire norme di manipolazione come se, invece di un residuo, si
trattasse del farmaco stesso.
È importante individuare una regolamentazione finalizzata alla protezione dei non esposti per necessità.
Secondo tale criterio il sistema dove si manipolano sostanze tossiche deve essere chiuso e con l'accesso
al personale in servizio. L'intera area a rischio di contaminazione dovrà essere pertanto isolata, cioè
circoscritta all'interno dell'ospedale e la sua presenza, con i rischi connessi, dovranno essere facilmente
individuati da idonei segnali di sicurezza e avvertimento.
L'unità di manipolazione dei chemioterapici antiblastici deve essere:
"centralizzata", per ridurre al minimo il numero di lavoratori esposti e impedire così la diffusione
spontaneistica e incontrollabile di attività a rischio, realizzando così un risparmio economico;
"isolata", in modo che anche murariamente risulti circoscritta e ben identificabile rispetto al
restante ambiente sanitario;
"chiusa", per cui i prodotti della manipolazione si depositano esclusivamente in un unico luogo,
da dove possono venire recuperati con la garanzia di un rapido e totale smaltimento;
"protetta", per consentire l'accesso al solo personale sanitario di necessità esposto;
"segnalata", così da essere facilmente riconoscibile in ospedale;
"monitorata", per valutare il livello di inquinamento interno.
L'unità di manipolazione dei chemioterapici antiblastici deve inoltre essere approntata in maniera che:
sia previsto uno studio ergonomico del posto di lavoro, in funzione delle specifiche
attività a rischio (percorsi obbligati, flussi direzionali, areazione dell'ambiente, trasporto
sicuro e breve);
sia facilmente identificata da idonei segnali di sicurezza e di avvertimento;
sia dotata di segnaletica da cui si evinca chiaramente il divieto di fumare, di assumere
o conservare cibo e bevande, di usare cosmetici, di uscire dall'area di sicurezza indossando
gli indumenti di protezione;
sia dotata dei necessari presidi impiantistici e individuali di protezione;
sia dotata di scafalatura e contenitori dei chemioterapici antiblastici con il bordo ad
altezza degli occhi e con il simbolo di sicurezza e l'identificazione del contenuto evidenti.
La normativa per la sicurezza sul posto di lavoro
Il rischio professionale, cioè la possibilità di contrarre una malattia nel luogo di lavoro,
è riconosciuto attraverso leggi, normative e contratti di lavoro per le varie categorie.
Paradossalmente il rischio degli operatori sanitari non ha un riconoscimento, eccetto che
per le radiazioni ionizzanti, in un'apposita legge; inoltre nella stragrande maggioranza
dei casi, non sono applicate direttive interne o linee guida omogenee per i diversi fattori:
- rischio chimico;
- rischio biologico;
- rischio fisico;
- rischio psicosociale.
Questa situazione è parzialmente mitigata dalla sentenza del 1 febbraio 1988 n.179, che ha
dichiarato illegittimo limitare la tutela assicurativa alle malattie elencate nelle tabelle
allegate alla legge 482/75, dando la possibilità di dimostrare, più in generale, l'eventuale
causalità. Tale atteggiamento viene riportato anche dal decreto legislativo n.277 del 15.8.1991,
che accoglie delle direttive CEE e, oltre a riguardare la protezionistica necessaria per il piombo,
l'amianto e il rumore, dispone la necessità della tutela dei lavoratori dal rischio di quelle sostanze
che possono essere considerate dannose. Inoltre, sulla scorta delle raccomandazioni dell'OlL (Organizzazione
Internazionale del Lavoro) e delle direttive CEE, il governo italiano è stato delegato, con la legge n.142
del 19.2.92, a ridurre in decreto legislativo la normativa sulle prescrizioni preventive in tema di tumori
professionali, cosa che è avvenuta con il decreto legislativo n.626 del 19.9.94 e successive modifiche e
integrazioni. Tra le sostanze sicuramente "rischiose" si possono annoverare i chemioterapici antiblastici.
In Italia attualmente non sono stati codificati dei modelli comportamentali su tutto il territorio nazionale,
inoltre, molti trattamenti antiblastici vengono effettuati in strutture non "dedicate" all'oncologia.
È frequente il riscontro in divisioni mediche, chirurgiche, ginecologiche ecc. che praticano, in forma
discontinua e per niente attrezzata, la chemioterapia antiblastica a pazienti oncologici. In questo ambito
si inserisce quanto recentemente disposto dall'allegato 1 delle linee guida elaborate dalla Commissione
Oncologica Nazionale Italiana e adottate dal Ministero della sanità e trasmesse ale Regioni (prot. 500.4/AG
e 22.9J473). Tale documento riveste un'enorme importanza in quanto il Ministero della sanità riconosce
finalmente da un lato l'importanza socio-sanitaria del problema della protezionistica da farmaci
antitumorali e dall'altro sottolinea la necessità di ricondurre esclusivamente nell'ambito di strutture
"dedicate" all'oncologia la manipolazione e la somministrazione di tale sostanze. Il decreto 626/94, e
successive modifiche, recepisce e attua nel nostro paese otto direttive comunitarie riguardanti il
miglioramento della sicurezza e della salute psicologica dei lavoratori nei luoghi di lavoro.
Gli agenti cancerogeni regolamentati dal D.L.626/94
L'art. 61, che detta le disposizioni intese a individuare, agli effetti del suddetto decreto,
gli agenti regolamentati dal decreto stesso, così recita:
"...agli effetti del presente decreto si intende per agente cancerogeno:
- una sostanza alla quale nell'allegato 1 della direttiva 67/548/CEE è attribuita la menzione
R 45: "Può provocare il cancro" o la menzione R 49: "Può provocare il cancro per inalazione";
- un preparato su cui, a norma dell'art. 3, paragrafo 5, lettera j) della direttiva 88/379/CEE,
deve essere apposta l'etichetta con la menzione R 45: "Può provocare il cancro o con la menzione R 49":
"Può provocare il cancro per inalazione";
- una sostanza, un preparato o un processo di cui all'allegato Vlll, nonché una sostanza o un
preparato prodotti durante un processo previsto all'allegato VIII".
Considerato anche il disposto dell'art.60 - Campo di applicazione - che esclude dalla 626/94 i cancerogeni
già disciplinati con altre leggi, quali il D.P.R. 962/82, il D.L.77/92 e il D.P.R.962/82, il D.L. 277/91,
e il trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica, si può ritenere che gli altri
agenti non compresi nell'articolato di legge della 626/94 non siano soggetti ale disposizioni stabilite
dal decreto in questione. Nel confrontare gli elenchi delle sostanze e dei preparati contrassegnati nelle
direttive CEE dalla menzione R 45 "Può provocare il cancro" e dalla menzione R 49 "Può provocare il cancro
per inalazione" nonché l'elenco dell'allegato Vlll del decreto legislativo, si può rilevare che i
chemioterapici antiblastici pur essendo riconosciuti dalla IARC e da altre autorevoli agenzie come cancerogeni
per l'uomo, non figurano nei predetti elenchi. Pertanto sono esclusi paradossalmente dalle disposizioni
preventive e protettive previste per i cancerogeni. Nella tabella I è riportato l'elenco dei chemioterapiaci
antiblastici classificati dalla IARC, nel gruppo 1 "Cancerogeni certi per l'uomo e nel gruppo 2 "Cancerogeni
probabili per l'uomo''. L'effetto cancerogeno dei chemioterapici antiblastici non sarebbe legato a meccanismi
da immunosoppressione, ma a un effetto genotossico (mutageno) diretto sul materiale cellulare.
Prima del decreto legislativo 626/94 negli ambienti ospedalieri i compiti di prevenzione sono stati svolti
da varie figure professionali, spesso identificando la figura del datore di lavoro con il legale
rappresentante, il direttore tecnico con il direttore sanitario e così via. Si assisteva, in alcuni casi,
all'attivazione del servizio di prevenzione afferente alle varie direzioni sanitarie, con un intervento che
si stemperava nelle diversità delle competenze e nella complessità delle problematiche da affrontare.
Il D.L. 626/94 equipara le aziende sanitarie e ospedaliere alle aziende ove si svolgono attività lavorative
"a rischio", uniformando le attività di prevenzione e gli interventi burocratici e organizzativi.
Nel modello organizzativo dettato dalla 626/94 va ricordato che:
- il datore di lavoro (direttore generale) ha la responsabilità degli adempimenti previsti circa
alcuni dei quali può vigere il principio di delega;
- va organizzato un sistema di valutazione che garantisca la partecipazione alla formulazione dei
programmi degli interventi e alla loro verifica in sede di attuazione delle varie componenti interessate;
- deve essere designato il responsabile del servizio di prevenzione e protezione fornito di
competenza e dei mezzi necessari per espletare il suo mandato;
- deve essere nominato il medico competente, dotato di piena autonomia professionale.
Inoltre, l'applicazione del D.L. 626/94 coincide con la nascita delle aziende sanitarie di recente
regolamentazione (D. L.502/92 modificato 517/93) con cui si modifica la struttura dirigenziale al vertice.
Vengono infatti previste due figure dirigenziali superiori (il direttore sanitario e il direttore
amministrativo) che affiancano il direttore generale con funzioni specifiche. In particolare, il direttore
sanitario "dirige i servizi sanitari ai fini organizzativi e igienico-sanitari e fornisce parere
obbligatorio al direttore generale agli atti relativi alle materie di competenza"
(art. 3 comma 7 D.L.517/93). Nelle aziende USL con presidio ospedaliero che rappresentano
la grande maggioranza delle aziende sanitarie, è previsto nell'ospedale un dirigente medio
di secondo livello come "responsabile delle funzioni igienico-organizzative" (art. 4 comma 9),
figura prettamente operativa con la responsabilità del conseguimento degli obiettivi previsti dal
direttore sanitario in perseguimento dei programmi e dei progetti adottati dall'azienda e dalla
applicazione dei criteri generali organizzativi fissati dal direttore generale. La funzione
igienico-organizzativa negli ospedali comprende da sempre il dovere di vigilare sulla sicurezza
dei pazienti e dei visitatori mentre come noto il D.L.626/94 si occupa della sicurezza e tutela
della salute dei dipendenti. Poiché molti problemi di sicurezza sono comuni a pazienti e dipendenti
il direttore sanitario dovrà essere coinvolto nelle soluzioni di tali problematiche nel loro
complesso. Ciò potrà avvenire a livello di servizio di prevenzione e di protezione che opera in
staff al quale afferiranno il dirigente medico e le diverse figure tecniche esistenti o coinvolte
nelle attività di prevenzione quali fisici, bioingegnieri, addetti dei servizi tecnici ed economali.
Tabella I. Principali antiblastici valutati dalla IARC
come cancerogeni o possibilmente cancerogeni per l'uomo.
| Gruppo 1: cancerogeni |
Gruppo 2: Probabilmente cancerogeni |
| Myleran |
Adriamicina |
| Ciclofosfamide |
Aracitidina |
| Cloramucil |
BCNU |
| Nitrosourea |
Cisplatino |
| Melphalan |
Nitrosourea (CCNU) |
| Mopp e altre combinazioni di agenti alchilanti |
Mostarda azotata
|
| Thiotepa |
Procarazina |
Precauzioni
Queste raccomandazioni sono presentate in forma tale da poter essere utilizzate sia come base
sulla quale poter stabilire metodi di manipolazione sicura, sia per valutare le procedure esistenti
come parte di un programma di garanzia di qualità. Queste raccomandazioni entrano nel merito delle
procedure, ai dispositivi di sicurezza per la preparazione, il controllo, la somministrazione e
l'eliminazione di farmaci ad alto rischio; Queste raccomandazioni sono criteri valutativi suddivisi
in quattro gruppi. Ciò dovrebbe essere utile per stabilire un sistema di garanzia di qualità è per
tutti gli aspetti non terapeutici legati all'uso di farmaci ad alto rischio. Ciascuno di questi
quattro gruppi inizia con la presentazione di un ampio obiettivo, seguito da una serie di criteri
e di raccomandazioni specifiche per raggiungere lo scopo.
I quattro obiettivi riflettono gli assiomi per la manipolazione di farmaci ad alto rischio:
- Proteggere e conservare in sicurezza le confezioni di farmaci ad alto rischio.
- Informare ed educare tutto il personale sanitario coinvolto nella manipolazione di tali farmaci,
addestrandolo sulle procedure pertinenti alle loro responsabilità per una manipolazione sicura.
- Non lasciare che i farmaci fuoriescano dai loro contenitori durante la manipolazione (per esempio
quando disciolti, trasferiti, somministrati o eliminati).
- Eliminare le possibilità d'ingestione o inalazione involontaria dei farmaci e il contatto diretto
con la pelle e con gli occhi.
La manipolazione dei farmaci ad alto rischio è un argomento complesso, pertanto la realizzazione di una
politica organizzativa deve tener conto del parere di medici esperti, di medici del lavoro, di consulenti
legali, ecc.
| Elisabetta BRIVIO |
| Tratto da: Nursing Oggi , n. 3, 1998, pp. 70-763
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BASSO Maria Rosa
AFD, Divisione di Urologia,
Ospedale Maria Vittoria, Torino |
| Tratto da: Nursing Oggi , n. 2, 1998, pp. 71-73
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