Terapia del dolore e... infermieri
La lenta diffusione anche
in Italia della filosofia promossa dalle cure palliative,
orientate alla promozione della qualità di vita residua
dei pazienti affetti da patologie degenerative, ha molto
probabilmente accellerato l'esigenza di disporre di una
norma legislativa che privilegiasse in modo efficace l'aspetto
terapeutico rispetto a quello di natura repressiva nei confronti
dell'abuso di sostanza stupefacenti.
Dopo un lungo dibattito che ha coinvolto
per anni le diverse rappresentanze dell'opinione pubblica
(Sanitari, Giudici, Politici, Religiosi ecc.), anche l'Italia
ha modificato la sua precedente normativa in tema di prescrizione
e somministrazione dei farmaci stupefacenti ad uso analgesico,
al fine di facilitarne l'impiego da parte dei sanitari impegnati
nel trattamento del dolore acuto e cronico.
Tale normativa, come ha evidenziato Mariano Cingolesi, modifica
in modo sostanziale i precedenti riferimenti legislativi
in materia di detenzione, prescrizione e trasporto delle
sostanze stupefacenti da parte del personale sanitario.
Impiego che vede l'Italia statisticamente tra gli ultimi
paesi occidentali per consumo di morfina a fini terapeutici.
Il ridotto impiego di tali sostanze deve essere ricondotto,
secondo gli esperti, al permanere di alcune errate credenze
da parte dei sanitari italiani (dipendenza fisica) e ai
troppi rigidi vincoli giuridici a cui è necessario sottostare
per il suo utilizzo.
L'autore si sofferma nel suo articolo, su i punti di forza
della nuova norma e su quelli di debolezza, (per lo più
riconducibili alla scarsa chiarezza sulle figure autorizzate
al trasporto delle sostanze presso il domicilio dei pazienti)
che potranno condizionare in futuro l'efficace impiego degli
oppiacei nel trattamento del dolore.
Apriamo il dibattito su questo delicato tema
di interesse professionale nell'Area
di Discussione che, ormai da tempo, accoglie le nostre…
idee!
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