La
donazione degli organi. Appunti a margine della nuova legge sui trapianti
Ci sono voluti anni, anzi decenni, per arrivare ad una nuova normativa
che regolamenti la prassi dei trapianti dorgano. Il 31 marzo 1999 il Senato ha dato
la sua approvazione al testo di legge recante il titolo Disposizioni in materia di
prelievi e di trapianti di organi e di tessuti. Come si sollecitava da tempo, viene
introdotta la grande novità del cosiddetto silenzio-assenso: ciascun cittadino, dopo aver
ricevuto adeguata informazione, Ë chiamato a manifestare la propria volontà in materia
di donazione dei propri organi, così che, dopo la sua morte, si possa legittimamente
procedere al prelievo di tali organi oppure no. In assenza di una manifestazione di
volontà, precisa la legge, ogni cittadino verrà considerato potenziale donatore e alla
sua morte i suoi organi utili potranno essere prelevati per essere quindi trapiantati.
Molte le resistenze e le obiezioni, anche forti, sono state avanzate contro questa
proposta; la perplessità più diffusa deriva dal timore che il concetto stesso di
donazione gratuita e spontanea venga svuotato del suo vero significato, dal momento che il
silenzio-assenso sembra imporre per così dire un atto di solidarietà - (che, in
quanto estorta, cessa di essere tale) più che sollecitarlo. Tentiamo allora una qualche
considerazione.
1. Solidarietà e relazione
Credo fermamente nel valore della solidarietà, e, ancor più, della
donazione, nei modi in cui ogni persona può fare dono di sè agli altri, attraverso
gesti, parole, emozioni, giudizi, i modi cioè della
comunicazione umana, e della relazione che vi soggiace. Penso che la
maggior parte delle nostre scelte personali abbia una qualche ricaduta sociale, interessi
anche altri oltre a noi stessi che le compiamo. Siamo innegabilmente esseri viventi in
relazione con altri, viviamo anche quando dovessimo rimanere o decidere di stare
soli - in una dimensione plurale, anche quando cioè intendiamo ribadire la nostra
solitudine, la nostra singolarità, la nostra autonomia. Basti pensare al modo del nostro
conoscere.
Quando osserviamo un oggetto - ci ricorda Merleau-Ponty - ne vediamo
solo una faccia, quella, appunto, che appare a noi, che a noi si manifesta. La faccia
nascosta non ci è, appunto, visibile; eppure non abbiamo dubbi nel chiamare casa quella
casa, la casa che vediamo, o, meglio, di cui vediamo magari la porta di ingresso, con le
finestre che danno sul giardino, proprio quelle lì, esposte al sole. Le altre, quelle che
con ogni probabilità rischiarano le altre stanze, poste sul retro, non le vediamo; ma
sicuramente ve ne saranno, o male che vada vi sarà, su progetto di un architetto un
po originale, un muro uniforme, senza alcuna apertura. In tutti i casi, comunque,
scopriremo la parte posteriore della nostra casa, comunque sarà stata costruita; questa
parte cè, ne siamo sicuri, anche prima di vederla.
Che significa tutto questo? Significa che siamo pronti ad ammettere
senza alcun dubbio lesistenza delle cose, e a scommettere e su un loro possibile
senso. E significa anche che, per oltrepassare il limite della nostra percezione
prospettica, per raggiungere una qualche verità, ci occorre la testimonianza
di qualcuno che ci confermi che quello che vediamo, pur poco che sia, non è una fantasia,
non è uno scherzo della nostra immaginazione, è reale, ha senso, è giusto
Ci fidiamo del nostro testimone che vede la casa dal retro, lo
riconosciamo come testimone attendibile, ci conferma che sì, ciò che vediamo è proprio
una casa, non solo una facciata. Laltro vede solo il retro della casa, come me vede
solo un lato, ma è quello che a me si nasconde; ma così, scambiandoci il contenuto di
quello che rispettivamente vediamo possiamo avere una conoscenza più completa e
convincente della casa, che purtroppo vediamo solo per metà.
Così accade che le persone abbiano bisogno, in senso letterale, le une
delle altre. Il bisogno indica una mancanza, e nel nostro esempio essa è data dal limite
della nostra conoscenza, della nostra prospettiva; non conosciamo tutte le facce della
realtà, e dobbiamo aver fiducia della testimonianza degli altri, che cioè quello che
essi vedono ha senso per il mio stesso vedere, è coerente con esso, e così rimango più
sicura di quel che ho visto e conosciuto, le cose come stanno, la realtà.
E così mi sembra che vadano le cose tra la gente, quando le esperienze
della vita aprono interrogativi e sollevano richieste, quando attraverso tali esperienze
cogliamo limportanza della presenza degli altri, per bisogno o per conferma. E ciò
sembra valere persino quando, come dicevo, si reputa di dover stabilire la propria
autonomia nelle forme della solitudine e dellautosufficienza, quando cioè questa
presenza altrui è semplicemente negata, affermata per essere tolta.
Ho pensato di iniziare con questa riflessione sulla dimensione
relazionale (potremmo dire anche sociale) dellessere persona perchè la ritengo
importante per capire il significato della solidarietà.
Desidero pensare al valore della solidarietà non come semplice
atteggiamento o mera aspirazione; vorrei pensarlo come radicato nella struttura stessa
della persona, nella relazione che la connota e che è molto più, evidentemente, del
vissuto del convivere, del fatto del coesistere, del dato della situazione, ma è ne loro
origine e significato, senso che sottrae a casualità il gesto particolare, e gli
conferisce pregnanza e validità.
A fronte di queste considerazioni, che certamente obbligano ad un
approfondimento, e ad una scelta per il significato oltre lapparenza delle cose, e
che può certamente suscitare imbarazzo e dissenso, ritengo di poter interpretare il senso
stesso della donazione degli organi, e il valore della solidarietà che si invoca a loro
giustificazione.
Se infatti è più comprensibile e istintivamente condivisibile la
scelta per la donazione a chi si conosce, a chi ci accompagna nella nostra esperienza
quotidiana, il dono ad un parente o ad un amico, più difficile è pensare con lo stesso
interesse agli altri in generale, agli altri membri della comunità umana, lontani e
sconosciuti. " qui che percepiamo il senso più impegnativo della relazione
strutturale con gli altri, e lo sforzo richiesto, la decisione, di considerarli non
astrattamente altri ma come gli altri, quelli che hanno senso per me e per il significato
del mio esistere.
2. Il trapianto di organi come questione morale
La pratica dei trapianti dorgano verrà nel prossimo futuro
regolamentata da una nuova legge, il cui testo è stato approvato dal Senato il 31 marzo
scorso; finora tale prassi è stata regolamentata da una vecchia legge, la L. 644/75, che
diventa ormai superata.
Della necessità di rivedere questa legge si è cominciato a parlare
circa ventanni fa; da allora cè stato un succedersi di passi in avanti e di
ripensamenti che facevano presagire la difficoltà e la tortuosità della strada che si
sarebbe dovuto percorrere.
La posta in gioco - cioè la sopravvivenza di chi si rivolge al
trapianto come ad unultima possibilità di vita - è stata spesso male interpretata
o sottovalutata, a causa sia della paura e del rifiuto di donare gli organi, sia del
ritardo colpevole con cui si arriva - solo adesso - a considerare prioritaria
leducazione dei cittadini e la loro sensibilizzazione alla donazione.
Solo adesso sembra imporsi con forza la necessità di spiegare a tutti
in che cosa consiste un trapianto, perchè è una terapia efficace, quali sono gli
inevitabili costi.
Prima di entrare nel merito della nuova legge sui trapianti, occorre
comprendere i motivi per cui il trapianto dorgani è un problema di natura morale.
Quando una certa cosa ci fa problema è perchè la percepiamo come non
neutra, ne percepiamo cioè una qualche dimensione valoriale. " come se sentissimo
che ci sono valori in gioco, persino contrastanti, tutti importanti e in astratto
egualmente irrinunciabili.
Questo è il problema: come fare a salvare tutti i valori, a tutelarli
allo stesso modo? Come decidere quale interesse debba essere per primo protetto, quale
importanza considerare prioritaria?
Il problema del trapianto di organi è un problema morale perchè
comporta considerazioni relative a interessi e valori, persino conflittuali, quali le
diverse libertà dei soggetti interessati, la tutela della loro integrità e dignità
umana.
Dovremo vedere se si tratta realmente di valori contrapposti o se,
invece, non si possa sperare in una possibile composizione.
Altro risvolto etico della questione dei trapianti, diremmo meglio
risvolto bioetico, è connesso allo stesso sviluppo tecnologico, alle sempre nuove
possibilità di cui lumanità dispone per controllare e in parte manipolare la
natura e lambiente. Si avverte così la necessità - ed è questo uno dei motivi che
stanno alla base dellampliarsi delle indagini bioetiche - di un ritorno alla
riflessione morale, anzi alla riflessione sullesperienza morale, sollecitata dalle
innovazioni e da un incredibile numero di situazioni mai prima conosciute.
Sin dagli inizi la riflessione bioetica sui trapianti si faceva
interprete di questo timore suscitato dalle novità, dalle nuove possibilità di
intervento, e si chiedeva se era legittimo sforzarsi di superare i naturali (naturali
perchè consueti, indiscussi, semplicemente accettati) confini del vivere e del morire.
Abbiamo parlato sopra del senso cui ogni conoscenza, in quanto parziale
e soggettiva, rinvia, proprio per essere comunque garantita nella sua veridicità.
Ora torniamo a parlare del senso come del significato che le azioni
devono avere pena la perdita della persona e e dei suoi valori.
La riflessione etica nasce proprio lì dove vi è pericolo che oltre il
livello della scienza e della tecnologia non si ammetta nullaltro che abbia valore,
mentre invece bisogna andare oltre, a cercare il senso, il significato che ogni progresso
ha e deve avere per lumanità.
3. La vita difficile della prassi dei trapianti
Vi è un dato da cui partire per riflettere sui vari problemi che si
oppongono alla prassi dei trapianti; la sempre maggiore efficacia del trapianto lo rende
terapia di provata validità, anche se certamente rischiosa e in qualche modo percorribile
quando non vi sono altre alternative disponibili.
Alla sempre maggior sicurezza del trapianto si collega una richiesta
sempre maggiore di organi, e, di conseguenza, una sempre più difficile reperibilità.
" chiaro che, di fronte a questo esplodere delle richieste, si pone il problema di
come fare a recuperare gli organi per effettuare i trapianti.
Nella prassi italiana si è sempre proceduto a richiedere ai familiari
del potenziale donatore il consenso alla donazione degli organi, anche se, a dire il vero,
la legge che ha finora regolato tale prassi, la L. 644/75, richiedeva non già la raccolta
del consenso quanto lobbligo di rispettare un dissenso esplicito alla donazione.
Perciò, in assenza di parere contrario, si sarebbe potuto procedere al
prelievo (1). In generale, si è ritenuto di far valere alcuni principi fondamentali: il
principio di tutela della vita del donatore, il principio del rispetto della sua
autonomia, ossia della sua libertà di autodeterminarsi, il principio del rispetto della
volontà dei familiari, in base al fatto che questi dovrebbero essere i migliori testimoni
della volontà del potenziale donatore, il valore della solidarietà, per cui la donazione
degli organi deve essere atto di reale donazione di sè, espressione di vera
disponibilità nei confronti degli altri, al punto da decidere dellutilizzo dei
propri organi dopo la morte.
Per questo è necessario esprimere il proprio consenso; acconsentire
significa dire di sì allaltro, condividere con lui un valore, un senso, reso
comune, acconsentito, cioè la vita.
Di fatto, la realtà delle donazioni sembra andare in direzione opposta
rispetto quella indicata dalla solidarietà. Dobbiamo chiederci perchè.
3.1. Pensieri sulla morte
Penso, ma è certamente pensiero molto comune, che il primo grande
ostacolo alla donazione degli organi è la paura che essi vengano presi prima che il
donatore sia morto davvero. E ancora, anche se sullo sfondo, sembra permanere la
riluttanza a pensare a sè da morti.
Sembra che nessuno abbia più paura di parlare genericamente della
morte o di vederla nelle immagini di chi muore. Ma è la morte, questa, di cui si parla,
che tutti vedono, la morte pubblica, e per ciò stesso a noi estranea, lontana dal privato
della nostra esperienza di vita.
Allora, pensare di donare i propri organi, proprio quelli di cui è
fatto il nostro corpo, è un po difficile, significa almeno una volta pensare che
moriremo, realmente della nostra morte. Pensare di donare i propri organi perchè altri
sopravvivano sembra dover prendere atto della realtà futura ed inevitabile del nostro
morire.
Perchè non ci piace pensare alla morte? Si dice che la morte è
unesperienza, anzi lesperienza che è culmine della vita. Allora perchè ne
abbiamo paura?
Una risposta immediata, che andrebbe approfondita ma che qui mi basta
intuire, è che la morte rappresenta per noi la caduta di ogni relazione. |
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Perchè piango davvero, soffro, per la morte di un altro (anzi
dellaltro) che amo? Innanzi tutto perchè ho paura di non poter vivere senza di lui,
ho paura di non farcela da sola.
Piango, in altre parole, la sua assenza per me. Piango perchè da lui
non potrà più venirmi amore, con la sua morte perdo la possibilità del suo
riconoscimento. Piango di lui la sua perdita come corpo vivo, attraverso il quale egli si
rapporta a me, anzi al mio corpo; piango la caduta della comunicazione tra il mio corpo e
il suo. Paradossalmente, la morte è così esperienza della complementarietà degli esseri
umani; è alla morte dellaltro che amo che colgo tutta limportanza del mio
essere-con-lui e del suo essere-con-me, il valore, come si diceva, della relazione che ci
mette insieme e ci fa essere reciprocamente significativi, il lui che è mio, il me che è
suo.
Mi chiedo ora se non cè altro modo per comprendere
lesperienza dellabbandono di colui che amiamo a causa della sua morte. Forse,
una possibilità cè, remota ed ardua: il danno della perdita può essere meno grave
se ci si convince che cè uno spiraglio oltre la sua irreparabilità. E il danno
diventa un poco reversibile quando non è lultimo atto.
Quando la morte non è solo danno irreparabile? Quando oltre ad essa -
paradossalmente - riesco ancora a pensare alla vita, e la penso - questa è davvero una
conquista - anche oltre la mia stessa morte.
Siamo in grado di vivere allaltezza della nostra morte quando
riusciamo a pensare oltre la nostra morte, quando siamo capaci di pensare al futuro della
nostra morte, a pensare oltre la nostra morte una possibilità di vita per altri, persino
una loro vita attraverso la nostra morte. Quando cioè riusciamo a intessere relazioni con
gli altri, persino da morti.
Se queste riflessioni hanno un minimo di plausibilità, è perchè si
crede fermamente nella relazione che corre tra gli esseri umani; è perchè si vive
simbolicamente la propria vita, la si vive come apertura agli altri, alle occasioni della
vita stessa; la si vive come occasione di continua libertà, e questa stessa esperienza è
liberante, poichè consente landare oltre i propri confini, le proprie certezze, i
propri limiti, la propria morte.
Ma tutto questo lo si decide nella propria intimità, non vè
certo legge che possa decidere per questo, per noi.
4. La nuova legge sui trapianti
La nuova legge cerca di porre rimedio a problema della reperibilità
degli organi, sia rimediando alle lacune conoscitive relative allaccertamento della
morte, sia superando, anche se in maniera molto discussa, la problematica relativa alla
raccolta del consenso alla donazione.
Lart. 2 del testo di legge, approvato in Senato il 31 marzo
scorso, è espressamente dedicato alla promozione dellinformazione, che deve essere
svolta in collaborazione da vari enti e organismi, tra cui il Ministero della Sanità, il
Centro nazionale per i trapianti, che questa stessa legge istituisce, scuole, associazioni
di volontariato, aziende sanitarie e così via.
Tra i contenuti dellinformazione, vediamo come rientrino gli
stili di vita e i comportamenti che potrebbero causare una grave malattia, tale da
richiedere un trapianto; lauspicio è che, opportunamente informati delle possibili
conseguenze di abitudini sbagliate, i cittadini facciano su di sè opera di prevenzione,
evitino cioè di perseverare in comportamenti dannosi che potrebbero predisporre a
malattie più o meno gravi.
Limpegno è dunque di un certo rilievo, e mi sembra che, al di
là della dichiarazione di intenti, molto lavoro dovrà essere svolto dagli stessi
professionisti, medici e infermieri e, se il passato e la prassi insegnano qualcosa, è
prevedibile che proprio agli infermieri vada lonere della comunicazione, sia con i
cittadini, che dovranno essere istruiti sul contenuto della nuova legge e in generale
sulla tematica dei trapianti, sia con le famiglie dei donatori, perchè è ben poco
verosimile che una prassi consolidata da decenni venga dun botto rovesciata.
Cè da dire che il testo della legge allart. 2 non fa
esplicito cenno agli infermieri; si parla dei medici, che devono per primi essere
informati, e si parla dellinformazione che va diffusa tra i cittadini, grazie anche
allattività svolta dai medici; non riconoscere il ruolo degli infermieri, e neppure
- evidentemente - il patrimonio di risorse che tra laltro essi rappresentano, mi
sembra abbastanza ingenuo e tutto sommato controproducente, per la salute e
leducazione di quegli stessi cittadini cui ci si rivolge.
Gli artt. 3, 4 e 5 sono invece dedicati alla dichiarazione di volontà
al prelievo.
Ricordiamo come la legge del 1975, cui si faceva sopra riferimento, non
chiedeva in realtà il consenso alla donazione ai familiari, cosa però invalidata dalla
prassi; essa stabiliva che il prelievo è vietato quando in vita il soggetto abbia
esplicitamente negato il proprio assenso, e aggiungeva che il prelievo è inoltre vietato
quando il coniuge, o il figlio o il genitore (a seconda dei casi) manifestino opposizione
scritta al prelievo.
Si vede dunque come non èper legge i medici abbiano cercato il
consenso dei parenti, bensì in forza di un rispetto nei loro confronti e per
limportanza che ha la famiglia nella nostra tradizione culturale.
Ora, dopo varie vicende (alcuni in passato sono persino giunti a
proporre la possibilità del prelievo sempre e comunque, in assenza o anche contro la
volontà dei familiari, per ovviare alla scarsità degli organi e per aggirare il problema
dellinformazione), la nuova legge si pronuncia per il cosiddetto silenzio assenso.
Da ora in poi tutti i cittadini sono tenuti, entro un certo periodo
dallentrata in vigore della legge, a dichiarare la propria volontà di donare o no
gli organi dopo la morte; qualora non vi sia alcuna dichiarazione, il cittadino sarà
considerato donatore (in ciò consiste il principio del silenzio-assenso). Più
precisamente, allart. 4 si legge che i cittadini sono informati che la mancata
dichiarazione di volontà è considerata quale assenso alla donazione.
In tutti i casi i soggetti cui non sia stata notificata la richiesta di
manifestazione della propria volontà in ordine alla donazione di organi e di tessuti
[...] sono considerati non donatori (art. 4 comma 2). E chiaro che, dietro a questo nuovo
modo di impostare la raccolta del consenso, peraltro necessario a garanzia
dellautonomia del singolo, vi sia la presa datto di come lassenza di
donazioni si colleghi evidentemente anche al rifiuto di donare, laddove si teme che
lindividuo da cui si preleva lorgano non sia ancora cadavere bensì persona in
vita, ancorchè morente.
E ancora una volta grande responsabilità è attribuita agli enti
preposti allinformazione o, come qui si dice, alla notifica; è forse legittimo
temere che non di vera e propria informazione o comunicazione si parlerà, quanto solo di
un avviso che le aziende sanitarie invieranno a tutti i cittadini perchè esprimano il
loro parere, non si sa se e fino a che punto informato e istruito.
Il pericolo di una caduta nel legalismo è del resto un male piuttosto
diffuso per non doverlo considerare. " necessario prevederlo, proprio per non dover
finire come per la prassi del consenso informato, quando questa si riduce cioè alla
trasmissione di dati e di moduli su cui apporre una firma, che, a ben vedere, non può
testimoniare alcunchè, non certo la condivisione di ciò che non si è veramente compreso
in quanto non è stato oggetto di reale informazione.
Per questo concordo con le preoccupazioni di coloro che considerano
questo silenzio assenso informato unespressione in sè contraddittoria; infatti, chi
conosce e condivide solitamente esprime la propria volontà, manifesta la condivisione di
un valore e di un obiettivo e lo fa con decisione, in tutta libertà. Ma allo stesso tempo
condivido le preoccupazioni di chi pensa, in primo luogo, alla vita di chi muore, per
assenza di organi disponibili. Non temo di dire che questo bene mi sembra più prezioso
delle remore e delle paure personali, che pur rispetto. Se è strano che il legislatore si
sostituisca al singolo e alla sua espressione di volontà, se è inconsueto che obblighi
quasi alla solidarietà (non rimane solidarietà se si considera un assenso il silenzio di
chi, semplicemente, tace), mi sembra però che il caso dei trapianti permetta questa
eccezione; troppe vite vengono sacrificate a causa di falsi timori, di superstizione e
ignoranza, o, peggio, di cattiva volontà, di pigrizia. Troppo tempo si è aspettato prima
di decidere qualche cosa, solo affidandosi alla buona iniziativa di alcuni, quando invece
linteresse è di tutti.
Mi rendo conto che la mia è una scelta morale prima che una vera
solida argomentazione. Sono consapevole di optare per il valore della persona nella sua
dimensione relazionale prima che individuale, in cui valgono le sue scelte, fatte per sè
e da sè. ", diciamo così, la mia professione di fede.
Ma penso che si possa concordare nel dire che il rispetto per la vita
significherà promuovere sempre più e sempre meglio i suoi valori, e farlo a partire da
una posizione privilegiata, come quella di chi sta accanto, per scelta, a chi ha bisogno,
prestando lassistenza infermieristica necessaria, accanto anche a colui cui capita
di dover morire, vicinanza anche più preziosa e difficile. Peccato che questa legge - e
questa è sì grave lacuna - non labbia apprezzata abbastanza.
Note
1. La L. 644/1975 ha disciplinato finora i prelievi di parti di
cadavere a scopo di trapianto terapeutico. Allart. 6 si legge che il prelievo da
cadavere non sottoposto a riscontro diagnostico o ad operazioni autoptiche ordinate
dallautorità giudiziaria, è vietato quando in vita il soggetto abbia
esplicitamente negato il proprio assenso. Il prelievo è altresì vietat o quando, non
ricorrendo lipotesi di cui al comma precedente, intervenga da parte del coniuge non
separato o, in mancanza, dei figli se di età non inferiore a 18 anni o, in mancanza di
questi ultimi, dei genitori, in seguito a formale proposta del sanitario responsabile
delle operazioni di prelievo, opposizione scritta entro il termine previsto.... Si
potrebbe forse dire che la richiesta di dissenso esplicito alla donazione, sia da parte
del donatore stesso in vita, sia da parte dei familiari, cui è concessa potestà di
opposizione scritta al prelievo, va inserita in uno sforzo da parte del legislatore di
promuovere lespianto degli organi a fini terapeutici, pur nel rispetto della
volontà del donatore o di chi ne fa le veci.
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