La
giustificazione del consenso
1. Premessa
Vorrei proporre alcune riflessioni sulle difficoltà di rapporto con il paziente inteso
come rapporto di comunicazione. La problematicità della relazione consiste infatti nel
tener 'fede' (e vedremo la significatività di questo termine nel contesto assistenziale)
a quel patto, o alleanza, che curato e curante stabiliscono, anche tacitamente, nel
momento in cui si crea tra loro una relazione. La problematicità si situa precisamente
nella necessità di agire sempre in funzione della centralità della persona ammalata.
E bene premettere sin d'ora che una delle difficoltà maggiori consiste
precisamente nell'impossibilità, o almeno nell'inopportunità, di stabilire a priori in
che cosa consiste la 'verità' da dire al malato, loggetto cioè del comunicare.
2. Limiti della medicina contemporanea. Crisi dei modelli tradizionali.
Parliamo ora di relazione terapeutica. La relazione con il malato può risentire di due
impostazioni apparentemente opposte: quella paternalistica e quella contrattualistica. In
tutti e due i casi sembra che venga trascurata la dimensione della relazionalità per far
posto a due forme opposte di individualismo.
Da un lato infatti l'atteggiamento paternalistico è assimilabile in parte ad un
atteggiamento dogmatico, attraversato dalla convinzione di conoscere la soluzione giusta e
corretta per far fronte al male, in cui l'azione (terapeutica) si traduce in una
riparazione o intervento meccanico che non tiene in debito conto tutte le componenti del
benessere oltre a quella organico-biologica.
Una soluzione contrattuale, peraltro, non sembra essere migliore. Vi sarebbe contratto
tra medico e paziente qualora vigesse nel rapporto di cura esclusivamente il principio
dell'autonomia: medico e paziente convengono modalità e costi dell'intervento terapeutico
ripercorrendo la logica mercantile del dare e dell'avere. L'esito finale, a ben vedere,
non cambierebbe rispetto alla soluzione precedente: c'è infatti rinuncia al carattere
veramente relazionale del rapporto terapeutico, sicché la soluzione imposta nel caso
precedente dal medico è ora proposta e imposta dal paziente.
L'impostazione contrattualistica data alla relazione tra medico e paziente non fa che
risentire dello stesso male di cui è affetta la concezione paternalistica, per cui il
medico è unico vero depositario della 'verità' medica, anzi, a ben vedere, verità
tecnica, secondo una concezione scientistica e tecnicistica della medicina i cui
prodotti sono sottoponibili a una sorta di transazione commerciale.
E' bene avvertire come in realtà in una relazione contrattuale che si pretenderebbe
essere simmetrica si sveli un'originale iniquità: il paziente risulta infatti
condizionato in partenza dalla sua situazione di malattia e, rispetto al medico, si trova
in una situazione di bisogno. Inoltre, almeno nella grande maggioranza dei casi, il
paziente non è tecnicamente in grado di giudicare quale sia il miglior bene per lui: il
modello contrattuale sembra dunque evanescente proprio per l'originaria disuguaglianza dei
contraenti.
La medicina, anzi, più precisamente, il sapere medico, tende a diventare meramente
strumentale alla realizzazione del fine della guarigione, intesa come ripristino di una
buona o almeno 'normale'.
La professione sanitaria deve tradurre quella relazione originaria di prossimità
interumana individuando un rapporto (un'alleanza) fondato sulla fiducia e sul rispetto
reciproci, a sua volta radicata nella ricerca di un bene comune, la salute della persona.
Da qui deriverà un modo corretto per impostare il problema della comunicazione della
verità al paziente, di cui parleremo più avanti.
3. Una possibile spiegazione remota.
La crisi della medicina è espressione forse di una più vasta crisi che sembra
interessare il nostro tempo, e che ha origini lontane.
Diremo allora che primo errore commesso dalle cosiddette scienze, ma che è maturato
nei secoli dalla "rivoluzione galileiana" in poi, è stato quello di
"astrarre" l'oggetto dallorizzonte in cui esso si inserisce,
considerandolo appunto in modo astratto (cioè opposto a concreto).
Al di sotto di questa concezione della scienza sembra potersi individuare una logica
della divisione per cui il soggetto muove verso l'oggetto che contrappone a sé (oggetto
come ob-jectum, gettato innanzi) per poterlo interrogare e dominare.
Vorremmo proporre invece un modo per conoscere l'oggetto che non finisca
necessariamente per astrarlo, per separarlo dal soggetto che gli si avvicina per
conoscerlo; vorremmo che la conoscenza dell'oggetto della nostra attenzione non sia un
semplice prenderne atto ma sia qualcosa di più, investa il soggetto conoscente, affinché
questi metta del suo, contribuendo all'atto del conoscere.
In questo senso il significato dell'oggetto si approfondisce sempre di più, si
arricchisce ad ogni incontro con il soggetto. Il significato dell'oggetto, allora, non è
mai colto una volta per tutte, non è mai posseduto totalmente e in modo assoluto.
Il superamento del dualismo soggetto-oggetto che abbiamo cercato fin qui di illustrare
comporta altresì il superamento dell'individualismo del singolo rispetto alla totalità
degli esseri umani, rispetto alla storia e alla tradizione. Questa impossibilità per il
singolo di vivere isolatamente rispetto agli altri, in modo individualistico, deriva dal
fatto che tutti i soggetti sono sin dall'inizio in relazione tra loro (vedremo come la
"cura" sia precisamente l'orizzonte di questa relazione originaria).
Le considerazioni che hanno preceduto sembrano valere dunque anche per la medicina, in
cui nozioni come quelle di "uomo", "malattia", "bene" ecc.
non sono chiarite una volta per tutte, in cui il rapporto con il malato deve essere una
vera e propria relazione tra persone. La spiegazione della scienza specialistica non basta
allora, perché la realtà della malattia richiede altre spiegazioni, specie in
considerazione del fatto che l'oggetto (l'uomo malato e non semplicemente la sua malattia)
si dà a conoscere nella sua situazione esistenziale.
4. Una conseguenza della crisi: unidimensionalità della realtà di malattia.
Alla luce di quanto finora accennato, è opportuno riconsiderare il rapporto tra salute
e malattia.
Considerata la malattia esclusivamente come malattia a base organica, è evidente come
si finisca per misconoscere la portata specificamente umana del suo essere propriamente
un'esperienza dell'uomo, in tutte le sue componenti. Della malattia si finirebbe per
indagare esclusivamente le cause organico-fisiologiche, che, identificate, la
giustificherebbero anzi, "spiegherebbero", secondo una mentalità razionalistica
che dei fenomeni cerca, appunto, la causa. Dobbiamo aggiungere il grande interesse per la
denominazione: si tratta cioè di "spiegare" la malattia attraverso la
descrizione delle sue componenti, sì da poter trovare per essa una giustificazione, delle
motivazioni razionali. I limiti di una medicina che si traduce in scienza obiettiva
appaiono evidenti, primo quello della oggettivizzazione dell'uomo.
E' pur vero tuttavia che è spesso il paziente a chiedere insistentemente la diagnosi,
a volerla sapere, allo scopo di "fornire a questo misterioso, maligno e pauroso
qualcosa un nome con cui chiamarlo, pensarlo ed eventualmente affrontarlo".
Ora, se la malattia rappresenta una devianza rispetto all'ideale rappresentato dalla
salute, per cui la malattia è ciò che si allontana della norma-salute, sembra ben
difficile pensare alla malattia come ad unesperienza piuttosto che semplicemente
come ad un evento patologico diagnosticabile; la malattia sembra più facilmente
concepibile come una mera "negatività" da rimuovere, da superare e sconfiggere.
Vale a dire, si perderebbe la possibilità di dare un significato non esclusivamente
medico ma anche esistenziale e personale allesperienza della malattia.
La persona inoltre non può essere studiata e osservata come un qualsiasi altro essere
della natura; la persona sfugge, in quanto fine in sé, a ogni atteggiamento
riduzionistico che traduce la realtà in rapporti di quantità, facendone oggetto di
misurazione. Per la persona dunque non valgono se non provvisoriamente le considerazioni
statistiche; per la persona non è possibile strettamente parlare nei termini di norma e
normalità; nella realtà di ciascuna persona la norma va "cercata come criterio di
comprensione dell'esistente nell'esistente stesso che, nel suo modo di vedere e di
indicare il significato delle cose, offre da sé la chiave interpretativa della propria
esistenza. Una volta che [...] si lascia parlare senza ridurlo ad altro che alla sua
stessa esistenza, cadono i concetti astratti di "sano" e "malato",
perché ciò che appare sono solo i modi d'essere...". I bisogni della persona sono
espressione della sua soggettività, non sono predeterminabili.
Vedremo come l'atto assistenziale rivesta il significato di strumento offerto al malato
perché torni in possesso della sua libertà, o, almeno, perché egli possa essere messo
in grado di esercitare la sua autonomia, ossia di poter godere fattivamente di tale
libertà.
Si tratta, in conclusione, di riconoscere al più l'esistenza di una normatività
interna dell'esperienza di malattia intesa appunto come uno dei possibili modi
dellessere della persona, senza pretendere di stabilire a priori ciò che è normale
e ciò che non lo è, ciò che è sano e ciò che è ammalato.
5. Si può parlare dell'autonomia del malato?
In unottica di comunicazione vediamo come il dovere di procurare il bene del
malato e, al contempo, quello di salvaguardarne lautonomia, possano facilmente
colludere.
Fare il bene del paziente significherà pertanto chiedergli e chiedersi innanzi tutto
che cosa è bene per lui; significherà promuoverne l'autonomia, cioè adoperarsi per
rimuovere gli ostacoli che gli impediscono di esercitare la sua capacità decisionale;
significa infine rispettare il principio stesso di autonomia.
La decisione più corretta sarà quella di poter agire sul consenso dell'ammalato,
restituirgli le condizioni minime perché una scelta personale possa essere autonomamente
presa. Tale sforzo va attivato anche qualora il consenso, come vedremo più da vicino,
fosse difficilmente raggiungibile: in questo caso il consenso va suscitato e interpretato,
se non presunto, sulla base della relazione tra il malato e chi se ne fa carico.
Deve essere restituita alla persona del malato la centralità che le spetta; la
soggettività diventa la via obbligata per a comprensione della malattia come esperienza
della persona malata. La sua biografia, il racconto della sua vita, può essere una via
verso il recupero del senso di quellesistere in condizioni di malattia, e questo
sarà possibile se cè qualcuno ad ascoltarlo, che, fuor di metafora, sia realmente
disposto ad un autentico rapporto interpersonale.
Aver cura della persona può significare o il sottrarle le sue cure o aiutarla a essere
libera di assumersi le sue cure. Nel primo caso non ci si cura tanto degli altri, quanto
delle cose da procurar loro, nel secondo caso si offre la possibilità di trovar se stessi
e di ritornare ad avere la capacità per prendersi cura di sé. Sembra evidente come nella
seconda accezione di cura vi sia spazio per la promozione della libertà umana e come,
anche nella pratica infermieristica, questo corrisponda allo sforzo di suscitare il
consenso del paziente dietro adeguata comunicazione della sua verità, della verità che
il paziente è in grado di fare sua. |
|
6. Il riconoscimento come matrice della
comunicazione.
Data l'impossibilità fattuale - in casi particolarmente gravi - di una vera e propria
comunicazione con i malati, si tratterrà di riconoscere quale prima e più fondamentale
forma di comunicazione il riconoscimento reciproco. Intendo per riconoscimento quella
originaria relazione tra due soggetti in cui l'uno restituisce all'altro la sua dignità
personale, in cui cioè riconosce all'altro il suo essere persona, il suo essere fine in
sé, mai oggetto o strumento per altri fini. E possibile questo riconoscimento a chi
è sprovvisto di autocoscienza o la cui autocoscienza è compromessa? Non basta dire che
questo altro, proprio perché non autocosciente, e dunque non fattivamente in grado di uno
sguardo 'riconoscente', possa essere considerato cosa tra le cose, oggetto di
un'attenzione più tecnica che umana. Questo altro non autocosciente rimane
strutturalmente una coscienza e perciò stesso - anche se silente - degna di ogni
considerazione, di un pur altrettanto 'silente' riconoscimento.
Voglio dire che per comunicare non è necessario parlare; comunicare è innanzi tutto
mettersi in relazione, accettare l'altro come in relazione con sé, una relazione che già
c'è tra persone, che già lega naturalmente le persone tra loro, a prescindere da una
fattiva capacità di esprimere voleri ed esercitare diritti.
L'altro può allora essere riconoscente, contraccambiare lo sguardo con uno sguardo
riconoscente, perché non si sente posseduto ma restituito a sé, in questo rapporto che
è di fiducia e di affidamento.
Se è così, potremmo pensare alla comunicazione a diversi livelli di comprensione: la
comunicazione è la relazione, che si instaura tra infermiere e persona che egli assiste;
la comunicazione è la modalità con cui linterazione si esprime, la modalità del
singolo incontro con la persona, nel rispetto della sua particolarità, è latto in
cui ogni momento dellinterazione si fa personale; la comunicazione è
forsanche la somministrazione del modulo per la raccolta del consenso informato, a
patto che questo sia il momento finale, il prodotto di un ben maggiore coinvolgimento e
impegno personali. Se comunicare comprende anche questo sforzo di spiegazione, comunicare
è però un fenomeno - se così lo si può chiamare - che precede ogni singolo sforzo di
comunicazione. Il comunicare precede la comunicazione, il comunicare è forse già altro
modo di dire della relazione interpersonale che linfermiere instaura necessariamente
con il malato quando di appresta a rispondere ai suoi bisogni, primo fra tutti - e non è
tautologia - quello di comunicazione. Possiamo cioè riassumere che
- una cosa è la relazione interpersonale, il comunicare come rapporto tra due persone,
quale sia la capacità attuale di una delle due, ovvero il malato, a dare il suo eventuale
consenso, che è aspetto secondario e successivo alla relazione interpersonale;
- altra cosa è la spiegazione delle procedure, lesplicitazione degli atti che si
propongono al malato e rispetto ai quali - dovendone essere il soggetto destinatario -
questi è tenuto e ha il diritto di dare il proprio assenso.
In particolare, linfermiere è interessato dal primo livello del comunicare,
instaurando egli una relazione personale con il malato di cui si presta a promuovere
lautonomia, che aiuta cioè a recuperare le capacità per prendersi cura di sé da
sé. A maggior ragione appare velleitaria la considerazione della comunicazione come
limitata al singolo atto della cura, che richiede il consenso del malato per essere
intrapresa. Tanto più che la riduzione della comunicazione al momento del dire o anche al
processo del comunicare la verità non rende giustizia neppure della interezza in cui va
tenuta in considerazione la persona del malato: in quanto mondo personale il malato è ben
altro rispetto la sua malattia e, ovviamente, rispetto qualsiasi intervento atto a
rimuoverla.
7. Autonomia e comunicazione
Se il senso più umano della comunicazione sta nella pratica dell'ascolto, è pur vero
che nella realtà si fa ben poco per renderla effettiva; quello che per lo più accade non
è una comunicazione bensì una semplice informazione.
Per intendere meglio questo discorso bisognerebbe ricollegarsi al discorso precedente
per cui, se il primo dovere è fare il bene del suo paziente, è necessario innanzi tutto
disporsi all'ascolto del paziente per venire a conoscenza di quello che lui stesso
indicherà come suo bene; vediamo come in questa relazione di ascolto con il paziente si
situi lo sforzo di promuovendone l'autonomia.
Capiamo allora perché proprio la comunicazione della verità richieda la comprensione
previa di quale sia la verità che il paziente può e vuole conoscere. Si tratta di
riconoscere la libertà fondamentale (la dignità) del paziente, pur sapendo che non si
può rinunciare al fondamentale impegno di promuoverne il bene o, se si preferisce, di
aver cura di lui.
Quanto alla verità che si può comunicare, ricordiamo che in questo caso è il
paziente a detenere il sapere, non il medico, il sapere legato alla sua sofferenza, legata
come è alla sua storia. Ed è ancora il paziente a dover 'incontrare di nuovo' il suo
dolore per poterlo eventualmente comunicare.
Riconoscere l'etica della cura significa allora accettare che la medicina torni a
rivolgersi a questo particolare paziente, abbandonando ogni pretesa di dire qualcosa di
sempre valido e definitivo. In questo senso l'etica è davvero un'etica della
responsabilità, in cui lo sforzo richiesto è di soppesare i valori in gioco e tradurli
saggiamente nella situazione che si intende affrontare.
8. La comunicazione della verità e la domanda di "senso" della
sofferenza.
S'è detto come una comunicazione che sia effettivamente valida debba contribuire a
coltivare l'autonomia dell'altro. Ora, svelare brutalmente la verità al malato o, al
contrario, nascondergliela, sono in entrambi i casi modi per sostituirsi a lui negando la
sua autonomia.
Il problema etico che emerge immediatamente consiste nel dover bilanciare da un lato il
dovere di dire la verità e dall'altro il principio secondo il quale lo svelamento della
verità non deve comunque procurare più danni che benefici. In questo senso davvero il
problema è propriamente un vero e proprio problema di interpretazione: non sarà in grado
di stabilire che cosa il paziente vuol sapere e può sapere veramente se non entrando in
rapporto con la sua persona. Ogni supposizione circa quello che il paziente potrebbe
davvero volere deve fondarsi peraltro sul rapporto personale con lui.
Se la prescrizione del dire la verità è da intendersi come un principio etico
generale, la difficoltà nasce nel comprendere che cosa occorre fare per comunicare la
verità, ricordando che per verità non si deve intendere meramente quella relativa alla
malattia e ai suoi sintomi.
Raccontare la propria vita, del resto, sapendo che alla parola scambiata corrisponde un
atteggiamento di ascolto, consente di darle un senso. Quando la vita non sa raccontarsi,
allora c'è qualcosa che le parole non riescono a mettere in luce, c'è un silenzio -
anche di sofferenza - che va in qualche modo interpretato. Sarebbe oltre modo grave che
l'atto medico mettesse a tacere questo silenzio, reprimendo l'interrogativo fondamentale
dell'essere umano messo di fronte nella sofferenza alla verità che lo riguarda come
persona.
Potremmo aggiungere che nella rinuncia di comunicare (non semplicemente dire) la
verità vi sia la rinuncia di prendere su di sé questo difficile compito di trovare in
due la verità, di rinvenire nel dialogo il senso della malattia e della sofferenza. Anzi,
a ben vedere, si tratta della rinuncia a proseguire fino in fondo la relazione con
lammalato, che va ben oltre il dovere di guarire, come s'è detto, ma che investe da
vicino l'aver-cura.
La comunicazione della verità - per queste valenze ora accennate - sembra farsi
metafora di tutta la relazione di aiuto, così come del resto accade in ogni rapporto
umano che si qualifichi come vero incontro di due persone, sì da poter ben dire che
veramente terapeutica è solo la relazione.
9. Comunicazione della verità e consenso.
Se il fare l'interesse del paziente comporta lo sforzo di promuoverne l'autonomia, una
coazione potrebbe rivelarsi giustificata se davvero scarse o nulle sono le reali
possibilità del soggetto di esercitare, nella situazione specifica, una certa autonomia
decisionale.
Ciò non toglie tuttavia il dovere di adoperarsi affinché il paziente possa recuperare
la sua autonomia, mettendo in atto iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la
partecipazione da parte di chi è temporaneamente obbligato. Emerge chiaramente che, se da
un lato ci si deve sempre ricordare che il malato è una persona dotata di dignità, allo
stesso tempo deve tener conto della situazione particolare onde valutare adeguatamente
fino a che punto il malato possa assumersi delle responsabilità.
Proprio in forza della dignità personale ciascuno deve fare appello alla capacità di
autodeterminarsi nella realizzazione di un proprio progetto di vita; proprio il
riconoscimento di tale dignità è il requisito etico fondamentale del consenso informato.
Ricordiamo ora come la persona in quanto tale, a prescindere dalle effettive possibilità
di esercitare la propria libertà morale, supponga già una certa autonomia che obbliga
gli altri a considerarla come fine e mai solo come mezzo.
Il consenso libero e informato è da considerarsi allora come dovuto alla volontà del
soggetto morale, che è fondamento della sua autonomia e condizione della sua
responsabilità. Ciò vale anche nel caso di una volontà empiricamente compromessa: né
la sofferenza infatti, né le limitazioni privano di dignità la persona, in quanto non le
possono impedire di realizzare, pur nell'ambito delle sue possibilità, la pienezza di
essere che si manifesta nell'esercizio della propria autonomia.
La sostituzione del consenso, il suo vicarimento, in casi di necessità, sono
espressione di quella solidarietà che impedisce a ciascuno di lasciare l'altro senza
l'aiuto necessario. Proprio la situazione dei malati incapaci induce a ripensare alla
forma del consenso: il consenso deve essere suscitato e interpretato; esso si esprimerà
soprattutto in un codice prevalentemente emotivo, e per questo sicuramente esposto al
rischio di fraintendimenti e abusi. Sarà dunque un consenso mai definitivo, sempre messo
in questione a motivo delle scissioni e discontinuità della coscienza.
Larticolo tratta della difficoltà nel gestire la comunicazione nel "dire la
verità", al paziente.
Conflitto etico professionale tra contesto e operatore che spesso non si vuole
affrontare perché troppo "pesante".
Estremamente interessante sotto il profilo pedagogico e filosofico.
Roberta Sala
Istituto Scientifico H San Raffaele - Milano |
| Tratto da: NEU n 3/98 pp. 10-17 |

|