Fenomenologia e
ipotesi interpretative delle Esperienze di Pre-Morte. Review della letteratura
"Mi trovai a fluttuare verso il soffitto, ma vedevo chiaramente la gente
intorno al letto e persino il mio corpo: stavo benissimo e avrei voluto dirglielo, ma era
impossibile. Era come se fossi un velo, uno schermo tra me e gli altri.
Vidi una specie d'apertura dalla forma allungata e molto buia e l'attraversai come un
fulmine. Era sbalorditivo, ma divertente. All'uscita da questo tunnel mi trovai in un
regno di amore e di luce. Vi era amore dappertutto: mi circondava e impregnava tutto il
mio essere.
Ad un certo punto vidi tutti gli eventi della mia vita come in un ampio panorama. Tutto
questo è semplicemente indescrivibile. Gente che era morta da tempo era lì con me nella
luce: tra gli altri una compagna di scuola, mio nonno e una prozia. Erano tutti felici,
raggianti.
Non volevo più tornare, ma un essere di luce mi disse che dovevo farlo perché non
avevo completato il mio compito nella vita. Improvvisamente, mi ritrovai nel mio
corpo." (R. Moody 1989)
Esiste una letteratura scientifica ormai più che ventennale, che ha raccolto una
notevole massa di dati su un fenomeno che si verifica in più di un terzo di pazienti
comatosi, traumatizzati cranici, cardiopatici, ecc. durante la loro crisi vitale che
implica la perdita della coscienza. Storicamente la letteratura sui fenomeni di coscienza
in punto di morte nasce sotto la denominazione di letteratura sulle esperienze di
Pre-Morte (Near Death Experience). Del fenomeno però, più che i medici, si sono
impadroniti psicologi, filosofi, neuroscienziati, psicanalisti, psichiatri, e purtroppo
anche ciarlatani.
Questo articolo cerca di spiegare il fenomeno della Esperienza di Pre-Morte (d'ora in
avanti EPM) nella sue caratteristiche descritte e documentate in forma rivoluzionaria e
originale da R. Moody (1975) nel suo libro "Life after life", da K. Ring,
psicologo americano il quale affronta i problemi metodologici di ricerca sulla EPM e da
altri studiosi. Si cercherà poi di affrontare il dibattito - ancor oggi aperto ed acceso
- sulle spiegazioni apportate dagli scienziati per capire e scoprire i possibili
meccanismi sottostanti al fenomeno.
I filoni interpretativi si possono sintetizzare sostanzialmente in cinque indirizzi:
l'approccio metafisico trascendentale dove collochiamo la ricerca di Moody (1975, 1988),
di Ring (1980, 1992), di Sabom (1983), di Morse (1986); l'approccio farmacologico di Carr
(1981), di Siegel (1980), di Sabom (1984); l'approccio psichiatrico e psicanalitico con
Rodin (1980), Noyes e Kletty (1979), Grosso (1981) Owens, Cook e Stevenson (1990);
l'approccio psicologico di Sagan (1981), di Blacher (1979) di Greyson (1983); e infine,
quello psicofisiologico con il contributo di Carr (1982), Morse (1987), Saavedra-Aguillar
e Gomez-Jeria (1989), Jansen (1989), Blackmore (1993), Tiberi (1995, 1996).
Iniziali spiegazioni Metafisiche e Trascendentali
A Moody, medico e filosofo americano, va riconosciuta la paternità del riconoscimento
della EPM, così da lui stesso coniata. A lui il merito di aver esaminato i contenuti
delle esperienze di 150 persone intervistate che erano tornate in vita dopo essere state
credute clinicamente morte, o che avevano rischiato di morire a causa di incidenti
stradali o malattie gravi. Egli tentò di sistematizzare e categorizzare il materiale
raccolto estraendo alcuni elementi comuni alle varie esperienze:
1. difficoltà ad esprimere la propria esperienza con parole adeguate o ineffabilità;
2. percezione di un forte ronzio prima di morire;
3. avere l'impressione di essere morto;
4. provare sentimenti di pace, quiete, rilassamento;
5. sensazione di essere fuori dal proprio corpo e di osservarlo dall'alto o autoscopia;
6. sensazione di scivolare dentro un tunnel oscuro e di vedere nello sfondo una luce
abbagliante;
7. percezione alterata dello spazio e del tempo;
8. potenziamento dei sistemi cognitivo ed emozionale (performance eccezionali della
memoria e del pensiero, dell'immaginazione, della percezione;
9. visione o revisione di tutta la propria vita in un solo istante (life review);
10. incontro con persone conosciute e decedute;
11. incontro con un Essere di luce che emana amore e comprensione;
12. percezione di confine oltre il quale ogni ritorno sarebbe reso impossibile;
14. visione tridimensionale della propria vita alla presenza dell'Essere di luce;
15. mutamenti esistenziali dopo il rientro nel corpo e dopo la guarigione (after effects).
Tutti questi elementi concorsero alla definizione teorica della sindrome della EPM. La
linea interpretativa seguita dal dottor Moody era quella metafisico-trascendentale, per
cui l'ipotesi sottostante era quella di una prova di una vita dopo la morte. Era convinto
che l'EPM costituisse un breve passaggio in una realtà completamente diversa. Le
variabili a favore di questa ipotesi erano intrinseche al fenomeno stesso (la visione
extracorporea, il realismo dell'esperienza, l'universalità e la coerenza dei racconti).
Tuttavia agli occhi del rigore scientifico questa ipotesi e questa iniziale ricerca,
anche se fortemente attraenti, presentava molte lacune.
A seguito Ring (1980, 1984,1992) pubblicò "Life and Death" dove descriveva i
resoconti delle interviste di 102 pazienti che erano stati rianimati o in pericolo di
morte per malattia, incidenti o tentativi di suicidio. A Ring viene riconosciuto il merito
per aver introdotto il metodo dell'inchiesta, quello statistico e i modelli della
psicologia scientifica nello studio dell'EPM. L'indagine era fondata su un questionario
strutturato ed un indice di profondità dell'esperienza, chiamato "Weighted Core
Experience Index" (WCEI). Questa scala di misurazione consentiva di sondare la
profondità dell'esperienza mediante un indice costituito dagli elementi principali
descritti da Moody collegato ad un punteggio. I risultati confermarono in larga parte gli
elementi riscontrati da Moody, ma a questo punto rielaborò l'esperienza definendola
"Core Experience", termine che indica il nocciolo o l'essenza dell'esperienza
sintetizzando cinque stadi principali:
1. provare sentimenti di pace, rilassamento, quiete, ecc.;
2. avere la sensazione di essere fuori dal corpo (Out of the body experience, OBE);
3. sensazione di trovarsi in movimento dentro un tunnel oscuro;
4. vedere una luce brillante alla fine del tunnel;
5. essere immmerso nella luce.
Ring inoltre, descrisse i processi cognitivi dei soggetti esperenziali come lucidi,
logici e razionali, mentre quelli sensoriali come il gusto e l'olfatto erano assenti.
Alterati anche le sensazioni del tempo, che risultava dilatato o assente e dello spazio,
percepito come infinito. Le variabili sociali dei soggetti (età, scolarità, stato
sociale e religione) non incidevano nel verificarsi dell'esperienza. Tuttavia Ring
rimaneva nell'iniziale prospettiva trascendentale legittimandola attraverso la mutuazione
di due modelli teorici: quello parapsicologico e quello olografico. Il modello
parapsicologico era fondato sull'ipotesi che al momento della morte vi era una reale e
oggettiva separazione di "something" dal corpo. Questo qualcosa, identificato
talvolta come una coscienza distaccata dal corpo poteva raggiungere un'altra dimensione,
definita dallo psicologo la "quarta dimensione" o dimensione delle pure
frequenze.
Brevemente il primo spiegava i primi due stadi dell'EPM, la sensazione di pace e di
benessere e l'OBE. Nella letteratura della parapsicologia l'OBE era descritto con le
stesse caratteristiche riscontrate nei racconti di EPM, la sensazione di fluttuare
nell'aria e di vedere l'ambiente da un punto di vista aereo, il potenziamento dei sensi e
la vividezza dei colori, ecc. Il secondo modello serviva per spiegare la visione del
tunnel, della luce e del regno di luce. Ring cita a proposito Karl Pribram, neurochirurgo,
teorico di questo modello. Egli afferma che le singole cellule del cervello si
sintonizzano sulle frequenze esterne. Il nostro cervello funziona dunque olograficamente
analizzando le frequenze che provengono dagli oggetti, creando poi l'immagine olografica
dell'oggetto attraverso gli schemi ricavati dalle onde di interferenza e immagazzinando
tali immagini nella memoria. L'avvicinarsi della morte comporta un graduale cambiamento
del livello di coscienza che rende accessibili una realtà diversa da quella ordinaria. In
questa ottica allora l'EPM è una esperienza di tipo mistico che introduce le persone nel
mondo olografico delle pure frequenze. La coscienza continua a funzionare olograficamente
(senza un cervello) per interpretare queste frequenze. Ciò sarebbe possibile quando essa
è libera dalla sua dipendenza dal corpo.
Ring inoltre ipotizza l'esistenza di un "Higher Self" o "Total
Self" del quale la personalità dell'individuo è un frammento separato dal Sè
totale, con cui si riunisce al momento della morte.
In questa prospettiva, inoltre troviamo Melvin Morse (1986) che indirizzò le sue
ricerche sui bambini che erano sopravvissuti a gravi condizioni di vita (coma associato a
trauma, annegamento, arresto cardiaco). I risultati delle sue ricerche furono pubblicati
nell'American Journal of Disease of Children. Furono intervistati 42 bambini dai 3 ai 16
anni tramite un questionario e fu data loro la possibilità di ricordare l'esperienza
attraverso il disegno libero. Gli elementi descritti dai piccoli soggetti esperenziali
erano simili a quelli descritti dagli adulti (OBE, tunnel, visione della luce, decisione
di ritornare nel corpo); mancava la visione panoramica della vita.
Questi risultati ed altri successivi poterono confermare l'universalità del fenomeno
anche in culture diverse. Non esiste evidente correlazione con l'età, il sesso, lo stato
occupazionale, il livello culturale e socio-economico di appartenenza (Becher,1981; Morse,
1986; Osis e Haraldson, 1979).
Studi comparativi sulle esperienze in punto di morte
Sabom (1984), come cardiologo poteva seguire direttamente i pazienti che dichiaravano
di aver avuto una EPM. Il campione intervistato era composto da 116 pazienti. La
metodologia utilizzata era simile a quella di Ring (questionario demografico, resoconto
dell'esperienza, analisi dei dati). L'attenzione di Sabom fu rivolta a due aspetti: la
sensazione di uscire dal corpo (OBE) e le visioni trascendentali. La tipologia del
fenomeno venne posta su due caratteristiche:
1. L'autoscopia (33% dei casi). Il paziente descrive la sua esperienza come vissuta da
un "sé" distaccato dal corpo fisico, in grado di osservare ciò che accade
nella sala di rianimazione, da un punto identificato in genere all'altezza del soffitto.
Le percezioni visive risultano chiare e ricche di dettagli. Sedici pazienti dichiararono
di aver udito durante l'OBE quello che gli operatori stavano dicendo.
2. Le caratteristiche trascendentali (48% dei casi), ovvero la descrizione di oggetti o
avvenimenti che trascendono i limiti materiali, come una luce brillante al termine di una
zona oscura, il rivedere la propria vita in una visione tridimensionale. Sabon affermava
dunque che nelle drammatiche condizioni di morte apparente poteva innescarsi un
particolare meccanismo di sdoppiamento fra la mente e il cervello responsabili di tutti
gli elementi della EPM.
Tutti i ricercatori che si sono interessati all'argomento hanno riferito che i soggetti
esperenziali, a seguito dell'EPM, hanno avuto una trasformazione personale profonda e
positiva. Si tratta di cambiamenti esistenziali, di opinione, di atteggiamenti, di
credenze, di stati d'animo molto simili alle conversioni mistiche. Talvolta questi
cambiamenti sono radicali al punto che, i soggetti ricorrono alla psicoterapia perché si
sentono inadeguati nei ruoli sociali svolti prima dell'EPM.
Va detto che il cambiamento si poteva notare anche nei gruppi di persone che avevano
affrontato la morte senza avere avuto l'EPM, solamente che nei gruppi esperenziali gli
effetti erano più marcati (Ring,1980). I "risuscitati" affermavano che dopo
l'esperienza avevano avvertito un profondo sentimento di rinascita personale, di
autostima, di sicurezza interiore. Diminuiva fortemente la paura della morte e si
sviluppava infine un intimo sentimento religioso, tendente più alla spiritualità che ad
una religiosità di tipo confessionale. Ring notò inoltre nei soggetti lo sviluppo di
capacità psichiche come la telepatia, la chiaroveggenza, la capacità di guarire gli
altri con l'imposizione delle mani chiamando questo fenomeno "Life preview" e
una trasformazione psicofisiologica (diminuzione della pressione sanguigna, della
temperatura corporea, del metabolismo, incremento della sensibilità alla luce, all'udito,
all'umidità, ecc.). L'ipotesi di Ring era quella che i cambiamenti psicofisiologici
riscontrati presupponevano non solo una elevazione della coscienza singola, ma erano anche
il presupposto per un'evoluzione dell'umanità verso una destinazione chiamata il
"Punto Omega". I soggetti che avevano sperimentato l'EPM erano da Ring
considerati degli "Omega Prototype", cioè dei prototipi precursori del futuro
uomo altamente spirituale, chiamato "Homo noeticus".
Il punto di vista di Tiberi (1996),a proposito, contrariamente all'opinione di tutti
gli studiosi americani, è che, all'origine dei grandi cambiamenti esistenziali legati
alle esperienze di coscienza del quarto quadrante, come l'autore stesso definisce, non ci
sia la fulgida luce, percepita dai soggetti, ma una "reazione emozionale di
straordinaria intensità e potenza". Tiberi in una ricerca, infatti, evidenzia che i
costrutti affettivo-cognitivi piacevoli, rilassati e calmi (pace, serenità,
tranquillità) sono quelli più correlati con i posteffetti. I risultati del rapporto tra
le emozioni e i vari tipi di cambiamento riportano percentuali più elevate nei soggetti
che affermano di aver migliorato notevolmente le loro opinioni, i loro atteggiamenti e
valori, il loro comportamento. Coloro che hanno provato serenità (83%) sono in seguito
diventati più saggi; il 78% hanno corroborato la propria credenza nella sopravvivenza; il
79% si sentono più coinvolti e in sintonia con la natura. Mentre quelli che hanno fatto
esperienza di rilassamento (80%) hanno potenziato il proprio apprezzamento per la vita e
quelli che hanno provato la pace (70%) hanno migliorato i loro rapporti con i familiari.
Spiegazioni Farmacologiche
Mentre il filone metafisico-trascendentale cercava di evidenziare l'esistenza di un
mondo ultraterreno spuntò un ramo di ricerca tendente a valutare le variabili
farmacologiche che potevano essere responsabili del fenomeno della EPM.
Nel campo medico l'attenzione era volta verso quei farmaci più frequentemente
utilizzati nelle situazioni critiche di urgenza. Il rapporto tra farmaci ed EPM fu
approfondito da alcuni studiosi. Ad esempio, gli stati narcotici prodotti da farmaci
analgesico-narcotici furono considerati da Carr (1981) paragonabili all'EPM. Infatti tali
sostanze, agendo sul sistema nervoso centrale, provocano una attenuazione o eliminazione
della percezione del dolore. Tuttavia le indagini di altri studiosi contraddicevano queste
affermazioni poiché il fenomeno si verificava anche in assenza di terapia farmacologica.
Sabom nel 1983, nel suo libro "Dai confini della vita", dichiarava che la
somministrazione di detti farmaci provoca due sensazioni: una positiva legata ad uno stato
di euforia e quiete, una negativa nella quale in un viaggio allucinante si va incontro ad
una serie di percezioni distorte e confuse. Ciò non accadrebbe nella EPM. Anche
l'esperimento di Morse (1990) su un gruppo di volontari, le reazioni descritte, dopo la
somministrazione di narcotici erano ascrivibili ad un corteo di sintomi come nausea,
incapacità di concentrarsi e calo della vista.
E ancora, gli anestetici come il protossido di azoto e la ketamina vennero considerati
come i responsabili delle esperienze durante gli interventi chirurgici. L'ipotesi era
quella che una dose inadeguata di anestetico provocasse l'aumento dell'ossido di carbonio,
in grado di scatenare esperienze visionarie simili alla EPM Ring sosteneva
l'improbabilità dell'evento per il fatto che la somministrazione di anestetici veniva
strettamente controllata durante l'intervento chirurgico con la somministrazione di
ossigeno.
I resoconti delle persone che assumevano sostanze neurodislettiche (LSD, hashish,
marijuana), altra categoria considerata da Siegel (1980), professore di farmacologia
dell'Università della California evidenziavano una stretta analogia con il vissuto
dell'EPM: l'ineffabilità, la visione del tunnel, l'OBE, il limite e il confine. Non
mancano le critiche a sostegno che coloro che avevano sperimentato l'EPM e le
allucinazioni da droghe potevano distinguerle: contenuto e struttura dell'EPM e delle
droghe differiscono tra loro in modo evidente (Ring,1982). Nonostante le critiche
sollevate è importante sottolineare che l'intuizione di Siegel sulla similarità dell'EPM
e le esperienze allucinatorie fece riflettere e cercare i comuni meccanismi di azione.
Spiegazioni Psichiatriche e Psicanalitiche
L'EPM aveva suscitato l'interesse di varie discipline scientifiche. In campo
psichiatrico, ad esempio, il fenomeno veniva interpretato con le categorie diagnostiche
proprie della psichiatria. Un'ipotesi psichiatrica fu introdotta da Noyes e Kletty (1979)
che ricorsero alla "depersonalizzazione" per spiegare il fenomeno come reazione
psicologica di difesa, adattiva e riflessa al pericolo di vita. Per valutare queste
affermazioni gli autori intrapresero uno studio prendendo in considerazione sia le persone
che avevano affrontato un pericolo di morte fisico, sia quelle che avevano affrontato un
pericolo di morte solamente psicologico. Intervistarono 189 soggetti che erano
sopravvissuti alle seguenti circostanze: cadute dalla montagna (57), annegamento (48),
incidenti automobilistici (54), malattie varie (29) e altri incidenti (27). Dall'analisi
fattoriale risultarono tre fattori chiamati da costoro: fattore mistico, composto da
variabili come la memoria panoramica, senso di unità e armonia, immagini vitali; fattore
della depersonalizzazione, con mancanza di emozioni, distacco dal corpo, percezione strana
e irreale di se stessi e del mondo, alterata percezione del tempo; fattore di
ipervigilanza, caratterizzato da pensieri intensi e vividi con intense percezioni visive e
uditive.
In tutte le esperienze riportate dal gruppo erano presenti questi fattori con
percentuali diverse a seconda dei casi: coloro che avevano affrontato la morte solo a
livello psicologico presentavano percentuali nei fattori della ipervigilanza e
depersonalizzazione, mentre gli altri riportavano punteggi maggiori nel fattore mistico,
L'ipotesi della depersonalizzazione veniva confutata a favore dell'EPM come fenomeno
singolare e originale. Anche uno studio di Greyson (1991) confermò l'ipotesi che non
esiste associazione tra EPM e psicopatologia.
L'EPM per Rodin (1980), neurologo di Detroit, veniva considerata come una "psicosi
tossica" causata dal processo del morire. Secondo questo studioso durante una crisi
vitale poteva verificarsi un grave stato tossico cerebrale per un forte calo di ossigeno
ed un aumento di anidride carbonica. Ne conseguiva una psicosi organica con dissociazione
mentale, distacco e ritiro dalla realtà. Posizione contestata da coloro che sostenevano
il carattere di lucidità mentale e lo stato di benessere tipici della EPM
Una tesi interessante ad impronta psicanalitica venne presentata da Grosso nel 1983. Va
ricordato che lo stesso Carl Gustav Jung fece l'esperienza in seguito ad un infarto del
miocardio che egli stesso considerò una visione, cioè una "momentanea creazione ex
novo dell'inconscio". Il modello junghiano prevede un inconscio di natura personale e
un inconscio di natura collettiva, universale e impersonale. Quest'ultimo è composto da
immagini arcaiche chiamate archetipi. L'archetipo è una forma di categoria ereditaria.
Vorrei precisare che Jung non ha mai collegato direttamente l'esperienza che ha avuto con
la sua teoria degli archetipi. L'operazione è stata fatta successivamente da alcuni suoi
seguaci.
Grosso, ad esempio, vide nella EPM la manifestazione di uno specifico archetipo
dell'inconscio collettivo da lui stesso chiamato "archetype of death and
enlightement" che assisterebbe la persona durante la crisi vitale, attivato con
funzioni compensatorie e risanative. L'A.D.E., quindi, secondo Grosso è una struttura
psichica sottostante che viene attivata dal pericolo di morte e agisce per rappresentare e
strutturare il passaggio della coscienza fino alla sua conclusione ultima. Ma perché
questo meccanismo scattava solo per una percentuale di soggetti e non per tutti coloro che
erano stati in pericolo di vita?
Spiegazioni Psicologiche
I risultati della ricerca di Noyes e Kletty, già precedentemente citati, avevano
sollevato molti interrogativi riguardanti la questione se la EPM fosse realmente un
fenomeno legato alla morte come risultava dalle ricerche condotte da Moody, Ring, Sabom e
Morse. |
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Si fece strada a questo punto un filone interpretativo che cercava di
spiegare l'evento come fenomeno sottostante il dominio psicologico. Non mancano autori
come Blacher (1979) che avvicinavano l'EPM ad una "fantasia di morte" che
trasformava il morire come un'esperienza piacevole piuttosto che terrificante. Sarebbe
l'inconscio a proteggere l'Io attraverso immagini confortanti onde evitare la paralisi
emotiva. Già Freud aveva affrontato la questione in una pubblicazione del 1915, dal
titolo "Considerazioni attuali sulla guerra e la morte" affermando che: "è
impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte, e ogni volta che cerchiamo di
farlo possiamo constatare che in effetti continuamo ad essere ancora presenti come
spettatori. Il nostro inconscio non crede alla propria morte e si comporta come se fosse
immortale." Per Freud dunque, la psiche posta di fronte alla morte reagisce
inconsciamente con distacco e negazione creando una illusione di immortalità. L'ipotesi
di Blacher non spiegava tuttavia il fenomeno nella sua interezza.
Un ulteriore spiegazione riporta opinioni che sostengono che l'EPM potrebbe essere
considerata la "riattivazione stato-dipendente del ricordo della nascita"
(Sagan,1982). Le memorie immagazzinate al momento della nascita potevano affiorare alla
coscienza solamente durante situazioni fortemente similari come quella della morte. Il
sentimento di pace e di benessere poteva richiamare l'esperienza piacevole del feto
nell'universo intrauterino, dove i confini dell'Io non sono definiti. L'esperienza di
essere spinti attraverso un luogo buio (tunnel), sfociante in una luce radiosa e
brillante, poteva essere ricollegato con l'esperienza della nascita. La visione degli
esseri di luce poteva corrispondere alla visione distorta del personale medico da parte
del neonato. Questa teoria apparentemente esauriente fu confutata in base ad alcune
considerazioni da Becher (1982): a) il sistema nervoso del neonato è incapace di
percepire e codificare il processo della nascita per immaturità neurologica; b)
l'esperienza della nascita presenta differenze rispetto l'EPM, infatti la nascita è
un'esperienza piuttosto traumatica mentre la EPM si presenta come positiva.
La teoria di Sagan fu completamente demolita dalla Blackmore (1993) quando
intervistando 254 persone, che avevano avuto una EPM, 36 nate con il parto cesareo,
riportavano comunque l'esperienza del tunnel e della luce. Se l'EPM rappresentava il
ricordo della nascita, le persone con parto cesareo non avrebbero dovuto presentare la
visione del tunnel e della luce.
Sulla scia della psicanalisi anche Greyson (1983) prende in considerazione l'ipotesi
che l'EPM potesse essere un "tipo di regressione al servizio dell'io". Anche
questa opinione risultava inadeguata e incompleta.
Ring (1992) ebbe l'intuizione di ricercare possibili antecedenti psicologici che
potevano predisporre certe persone ad avere o ricordare l'EPM per il fatto che il fenomeno
si verificava solo in un terzo delle persone che affrontavano un pericolo di morte.
L'ipotesi sottostante era quella di una personalità incline alla EPM, chiamata da Ring
"NDE-Prone personality", suscettibile alla dissociazione, all'assorbimento
psicologico, ad esperienze psichiche costruite e sviluppate fin dall'infanzia come
reazioni di difesa verso una realtà negativa e stressante. I risultati confermarono
l'ipotesi in quanto il gruppo esperienziale riportò un'alta incidenza di abusi e traumi
infantili. Alla luce di queste ricerche si può ipotizzare che l'EPM sia un fenomeno
psicologico e mentale, tuttavia deve essere posta in una prospettiva neurofisiologica che
prenda in considerazione i meccanismi cerebrali che stanno alla base dei processi
psichici.
Spiegazioni Psicofisiologiche
Già Blacher (1979) fu uno dei primi autori che considerò l'ipossiemia come
responsabile dell'EPM Tale ipotesi veniva condivisa anche da Rodin che tentava di
convalidare la sua opinione descrivendo gli effetti mentali prodotti dall'anossia e
somiglianti all'esperienza, come l'aumento del sentimento di benessere, il senso di
potere, la perdita del giudizio critico, ecc.. Ipotesi non pienamente condivisa, questa
dell'anossia, in quanto si constatava anche una diminuzione o obnubilamento delle
capacità mentali e cognitive in netto contrasto con le esperienze di chiarezza e
lucidità mentale descritte nell'EPM.
Un'altra critica era basata sulla constatazione che l'ordinaria procedura di
misurazione periferica arteriosa dei gas nel sangue (pH) non era un indicatore attendibile
dei livelli cerebrali. Ad esempio, Gliksman e Kellehear (1990) affermarono che il basso
livello di anidride carbonica nel sangue può ridurre il flusso ematico e provocare
ipossia cerebrale, anche se, il contenuto di ossigeno arterioso è normale.
Blackmore (1993) a proposito cercava di dimostrare che l'anossia potesse essere il
"grilletto" che fa esplodere l'EPM, considerando il fenomeno come una esperienza
varia, indotta da molte cause, una delle quali era l'anossia. In base ad una suddivisione
clinica individuò quattro tipi di anossia e concludeva affermando che quest'ultima poteva
produrre svariati effetti in base alle circostanze, alla velocità di reazione, agli
organi colpiti e allo stato di salute del soggetto. Per verificarsi una EPM serviva,
secondo la studiosa, una velocità intermedia del declino dell'ossigeno, poiché una
velocità troppo forte o troppo lenta produceva reazioni diverse. La stessa autrice
soteneva che l'ipercapnia come l'anossia poteva concorrere a causare l'EPM.
L'ipotesi della disfunzione del lobo limbico, sostenuta da Carr (1982) vede molte delle
caratteristiche dell'EPM simili ad alcuni tratti sintomatici rilevabili nei casi di
iperattività del lobo limbico: epilessia del lobo temporale e stimolazione elettrica.
Durante un forte stress, nel lobo limbico si possono verificare delle scariche abnormi di
neuroni; i peptidi endogeni sono connessi con l'iperattività del lobo. Carr ipotizza che
il metabolismo alterato delle endorfine e delle enchefaline-per lo stress causato dalla
crisi vitale-provochi un abnorme secrezione di neuro-ormoni e questo spiegherebbe alcuni
vissuti dell'EPM. Infatti, negli stati agonici, certi peptidi svolgono un ruolo di
"allucinogeni endogeni".
Un'altra ipotesi interessante di questo filone è di Jansen (1989) che focalizzò la
sua attenzione sulla scoperta di un recettore chiamato NMDA (N-metil-D-aspartate). Secondo
alcuni neuroscienziati questo recettore agirebbe durante la crisi vitale (attacco
cardiaco, attacco ischemico) legandosi con un aminoacido eccitatorio, L-glutammato,
neurotrasmettitore che a concentrazioni elevate produce una eccitotossicità, ovvero la
morte delle cellule cerebrali. Si scoprì in seguito una sostanza endogena, l'alfa e beta
endopsicosina che poteva svolgere un ruolo di protezione dei neuroni dall'eccitotossicità
bloccando il recettore NMDA. Sarebbe possibile dunque, secondo Jansen che un massiccio
rilascio di sostanze endogene come l'alfa beta endopsicosina, possano ridurre
l'eccitotossicità in un cervello ischemico, inducendo però come effetto collaterale
l'EPM. Ne consegue un effetto anticonvulsivante, un'analgesia, un'allucinazione
dissociativa e la riattivazione di ricordi del passato.
Anche il modello neurobiologico di Saavedra-Aguillar e Gomez-Jeria (1989) appare
interessante per spiegare l'EPM In questa prospettiva il fenomeno era interpretato come
un'esperienza mentale causata da un processo di fattori variabili ed interconnessi. Gli
autori tengono conto delle ipotesi sollevate da altri ricercatori. Alla base del processo
vi è una situazione stressante (arresto cardiaco, malattia, intervento chirurgico,
trauma), un'alterazione della coscienza correlato a vasocostrizione, con riduzione del
flusso ematico nelle strutture sensorie. L'ischemia produrrebbe delle scariche nelle
cellule dell'organo del Corti producendo rumori e suoni tipici del'EPM. Durante lo stress
cerebrale vi sarebbe un rilascio di endorfine e serotonina e, forse, anche altri
neurotrasmettitori che localizzandosi nel sistema limbico, bloccherebbero il recettore
NMDA, causando una sensazione di pace e di benessere. L'induzione di un'attività
epilettiforme causata dall'ischemia produrrebbe delle allucinazioni visive, nonché il
recupero e la riattivazione delle memorie passate.. Anche l'OBE si spiegava con questo
meccanismo, ma gli autori ipotizzavano una correlazione con una personalità narcisistica
incline all'assorbimento, alla fantasia, che più tardi Ring (1992) etichettò "NDE
prone-personality". Così per gli altri elementi quali il tunnel e l'alterazione
spazio-temporale. Ma come spiegare il fatto che solo un terzo delle persone che
affrontavano un pericolo di morte poteva avere l'EPM? A fronte di questo, gli autori
rispondevano che i soggetti che non riportavano l'esperienza potevano: a. avere diverse
predisposizioni genetiche epilettogene; b. avere differenze funzionali nel rilascio di
endorfine; c) avere un grado diverso di coinvolgimento della coscienza; d) avere una
diversa capacità di ricostruire verbalmente un coerente resoconto dell'esperienza.
L'ipotesi del cervello morente di Blackmore (1993) chiude questa rassegna di
spiegazioni psicofisiologiche e risulta indubbiamente importante, in quanto la studiosa ha
cercato di confutare in modo deciso e provocatorio le tesi finora presentate. Una voce
autorevole quella della Blackmore che pubblicando "Dying to live" raccoglie e
approfondisce il contributo delle ricerche precedenti nel tentativo di elaborare una sua
teoria dell'EPM. Quest'ultima sarebbe causata da un processo multifattoriale variabile, a
seconda delle circostanze e dello stato fisiologico e psicologico. Alla base vi sarebbe un
minimo fattore comune che può fungere da filo conduttore in tutte le circostanze e cioè
la disinibizione e conseguente eccitazione che si può verificare a seguito di uno stress
cerebrale. Questo meccanismo poteva render conto, sia delle spiegazioni centrate
sull'anossia, sia quelle del lobo temporale e del sistema limbico, sia quelle basate sulla
biochimica cerebrale. Tale meccanismo, tuttavia, non doveva essere nè troppo veloce, nè
troppo lento per scatenare l'EPM Servirebbe una velocità intermedia di anossia che
consentirebbe una lunga fase di disinibizione e conseguente eccitazione. Questa sarebbe la
fase chiave per il verificarsi dell'evento. Allora il tunnel sarebbe il risultato di una
disinibizione della corteccia visiva in cui le cellule producono dei fosfeni consistenti
al centro del campo visivo. Simulando con il computer Blackmore scoprì che l'effetto
appariva come una luce che diventava sempre più grande. Anche il movimento dentro il
tunnel risulterebbe un illusione ottica dovuta all'assenza di uno statico di riferimento.
Il rilascio delle endorfine potenzia i sentimenti positivi e piacevoli. La revisione
panoramica della vita sarebbe permessa dall'attivazione di strutture profonde del sistema
limbico implicate nella memoria. La visione degli esseri di luce si spiegherebbe con
l'anormale attività del sistema limbico e del lobo temporale che trasformano le semplici
informazioni sensorie in allucinazioni visive complesse. Infine la Blackmore sostiene che
l'EPM è determinata da un breakdown del modello del "Sè" insieme con il
breakdown dei normali processi del cervello.
Tiberi, psicologo italiano, si occupa del fenomeno Pre-Morte da parecchi anni. Egli
propone un modello di interpretazione originale, già accennato nella prima parte
dell'articolo. La proposta epistemologica di Tiberi sugli stati o dimensioni o livelli di
coscienza sostiene che le attività mentali coscienti potrebbero essere catalogate per la
loro diversità in uno schema composto da quattro quadranti. Nel primo, possono essere
catalogate le attività semplici comuni, più frequenti e quotidiane; nel secondo,
potrebbero essere inseriti gli stati di coscienza legati ad una alterazione superficiale
delle funzioni cerebrali, ottenuta mediante la somministrazione di droghe, alcool, stress
o stimoli analoghi; nel terzo, potrebbero essere collocati gli stati di coscienza che la
psichiatria considera patologici, in rapporto a quelli del primo quadrante, ma che
potrebbero essere considerati normali rispetto il funzionamento del cervello come nelle
allucinazioni e nella depersonalizzazione. La maggior parte degli studiosi, sostiene
Tiberi, si limitano a studiare i fenomeni dei primi tre quadranti e ignorano le attività
coscienti del quarto quadrante. è proprio in quest'ultimo che il ricercatore propone di
inserire quelle attività mentali coscienti, strutturate da intense emozioni ed
"affect", implicanti fenomeni percettivi, cognitivi, potenziati in maniera
straordinaria che i soggetti usciti da una reale o soggettiva condizione di morte clinica,
di coma profondo, di arresto cardiaco e di trauma cranico riferiscono di aver provato.
L'autore aggiunge che questi stati di coscienza del quarto quadrante siano da considerare
immanenti e non trascendentali, naturali e normali come quelli degli altri quadranti e li
nomina Fenomeni Potenziati di Coscienza (FPC), che nulla abbiano a che fare con la morte
(visto che possono accadere anche in situazioni in cui la morte non c'entra). Ad un
danneggiamento profondo delle strutture cerebrali non può che corrispondere un analogo
cambiamento degli stati coscienti. I FPC possono essere oggetto di studio delle scienze
moderne nell'ambito dei loro paradigmi, di particolare importanza medica, ma soprattutto
esistenziali.
Considerazioni conclusive
Dall'analisi delle numerose ricerche e interpretazioni dell'EPM possiamo intravvedere
una evoluzione: dalle iniziali ipotesi religioso-metafisiche si va verso un crescendo di
spiegazioni psicofisiologiche che intendono il fenomeno come immanente, naturale, e non
trascendentale, anche se in campo internazionale il primo filone sembra il più affermato.
La prospettiva di studio è cambiata poiché, se all'inizio le ricerche erano focalizzate
sul fenomeno e le sue caratteristiche, l'attenzione poi si è spostata ai post-effetti,
agli antecedenti psicofisiologici dei soggetti.
Inizialmente i ricercatori si concentravano nella ricerca di un solo fattore
responsabile, cadendo così nel riduzionismo, mentre ora l'EPM viene considerata nella sua
totalità, ovvero un processo psicofisiologico, multifattoriale e multicausale.
Il dibattito è sempre aperto e vivace poiché nessuno dei modelli utilizzati per
spiegare l'evento dell'EPM finora è risultato esaustivo. Questo però non legittima
l'opinione che i fatti non siano reali e pertanto non degni di essere presi in
considerazione o, peggio ancora, banalizzati. Appoggiando con vigore quanto afferma
Tiberi: "Non mi sembra che costituisca un problema ammettere che esistono molti
fenomeni della natura e dell'uomo che, per il momento, rimangono misteriosi anche per le
scienze più avanzate. Diventerebbe invece un problema se le difficoltà attuali di
spiegazione dei fatti suggerissero la soluzione più pigra, cioè negarli".
Il problema, a mio avviso, che si pone a questo punto è di tipo applicativo-
assistenziale. Riguarda i vantaggi che possono trarre dalla conoscenza di questi fenomeni
i pazienti che li hanno provati, i malati terminali e coloro che li assistono. Per
esempio, il personale infermieristico e medico, rimanendo solo nell'ambito ospedaliero.
Esiste una letteratura che tratta questo argomento. Essa riporta il grado di conoscenza
dell'EPM o FPC e i relativi atteggiamenti degli infermieri e dei medici. Quanto annunciato
potrà essere oggetto di analisi, discussione e riflessione in un altro articolo.
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Laura CUNICO |
| Tratto da: Nursing Oggi ,n. 3, 1998, pp. 16-24 |

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