il cieco

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Inviato: Mar Ago 17, 2010 5:47 pm Oggetto: e se fosse successo che... |
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La sveglia suonò prima del previsto, lo stridente suono entrò nel suo cervello con la stessa delicatezza di un martello pneumatico e ottenendo lo stesso effetto di un secchio d’acqua gelata lungo la schiena.
“Porc…” si lasciò uscire di bocca dando la solita manata al solito angolo del comodino e colpendo con millimetrica precisione, maturata in anni e anni di pratica, quel piccolo congegno dell’umana perversione.
Rimase immobile nel buio, sperando di essersi sognato tutto e gustandosi ancora quel piccolo istante di godurioso calore intimo che gli davano le lenzuola pregne dei suoi umori notturni, dei suoi sogni che pian piano stavano scivolando nel limbo della mente, delle sue fugaci avventure sempre diverse eppure sempre uguali, pronte a lasciare il posto al tran-tran di tutti i giorni.
Come tutte le mattine si chiese per quale oscuro motivo fosse imperativo iniziare il primo turno alle 5; chi diavolo fosse lo scimunito scaldasedie, che naturalmente se ne stava nella sua comoda casa sino alle 7,30 il quale aveva decretato che alle 5 del mattino “in realtà è piena notte e di notte la gente normale dorme, zio lupo!” un essere umano fosse nel pieno delle sue facoltà intellettuali, in grado di svolgere il suo lavoro in maniera del tutto soddisfacente.
“No, stamattina io non mi alzo e ‘fanculo tutto il reparto!” pensò mentre si apprestava a scoprirsi del tutto.
Era la solita storia, turno al mattino dalle 5 alle 12, forse fino alle 15 “per coprire il solito terrone che da anni la mette in culo a noi lombardi deficienti che ci diamo da fare come muli senza aprire bocca e lavorando anche con la febbre!”
- ‘Fanculo!- decretò sbattendo i piedi l’un l’altro per scaldarli prima di infilarsi i calzini di cotone della sera precedente.
Non aveva voglia di prenderne di puliti, non aveva voglia di fare quei due metri a piedi scalzi, su un pavimento gelido come un avamposto del Polo Nord e rischiare di prendersi una polmonite, non ne aveva voglia assolutamente.
- Ma cribbio! Possibile che qui il riscaldamento lo accendino alle 7, quando ormai io sono in un bagno di sudore? Ma perché cazzo lo pago a fare il riscaldamento, se non sono mai a casa??-
I pantaloni, la maglia della salute, il maglione, tutto fù indossato alla maggior velocità possibile, ma questo non gli impedì di rabbrividire per il freddo pungente che regnava in quella camera disadorna e silenziosa.
Alle pareti, bisognose di una buona rinfrescata, erano appesi un paio di stampe dozzinali e per nulla pretenziose, quelle stampe che potevi acquistare per pochi euro l’una in qualsiasi supermercato di periferia; in un angolo, accanto all’unico mobile della stanza, erano appese alcune foto senza cornice che ritraevano una coppia di anziani in posa, le foto erano vecchie ed arricciate, quasi scolorite. Le tende, appese al cassonetto dell’unica finestra, erano altrettanto dozzinali, necessitavano di un energico lavaggio e di essere almeno rammendate in diversi punti.
Tutto, in quella stanza, aveva bisogno della mano di una donna o di qualcuno che ripulisse e ridonasse un aspetto decente, che togliesse quell’aria di decadente randagismo che si respirava in ogni angolo, che togliesse quella sensazione di abbandono che c’era in ogni oggetto in essa contenuto.
Lui non se ne diede pensiero, era lui stesso l’artefice di quel degrado in cui egli si trovava, non se ne curava da tempo, da troppo tempo, non ricordava nemmeno quando era stata l’ultima volta che si era messo di buona lena a mettere in ordine, ma ci stava bene li dentro, si sentiva a casa anche se non era, dal punto di vista effettivo, a casa sua: quelle erano tre stanze in affitto al nero per 800 euro al mese, niente contratto e nessuna certezza per un domani di là da venire.
800 euro al mese per 40 metri quadrati senza nemmeno l’ascensore e con la stazione della metropolitana, o la fermata dell’ATAC a due chilometri, ma lontani dal centro, lontani dal caos e soprattutto lontani da lei, da Veronica.
Si era a casa, a casa…
Aprì una delle due porte che c’erano nella stanza e allungò la mano, la luce inondò come una gelida lama il pavimento ed illuminò diverse paia di scarpe ammucchiate alla rinfusa in un angolo.
- Zio…… - gli scappò di bocca mentre si parava gli occhi feriti dalla luce improvvisa.
Entrò in quel piccolo bagno ed aprì il rubinetto del lavandino. Dapprima si sentì un sommesso gorgoglio che saliva dal profondo, poi uno sbotto d’acqua misto a grosse bolle d’aria che sollevò diversi spilli gelidi, poi, di colpo, un fiotto di un liquido scuro iniziò a scendere.
Lasciò scorrere l’acqua per alcuni secondi, osservando pensieroso il vortice e soppesando dentro di sé il perché di un tale spreco necessario per lavar via tutta quella ruggine che usciva dal rubinetto.
- Ma è mai possibile che tutte le mattine io debba star qui a guardare l’acqua di fogna, perché sicuramente questa è fogna al 100%, ed aspettare che acquisti un colore decente per potermi lavare la faccia? Possibile che al comune di Milano non abbiano mai denunciato una cosa del genere, degna del terzo mondo? Possibile che quei comunisti della malora non facciano il loro mestiere almeno una volta nella loro vita? - mormorò alzando lo sguardo allo specchio sbeccato da un lato e con l’argentatura ormai consumata.
Si guardò in viso. Gli occhi erano cerchiati da un alone bluastro che sarebbe durato almeno sino alle 8, “questo è scritto!” pensò.
La barba era da fare, come al solito, ma non aveva tempo, l’avrebbe fatta fra un cambio turno e l’altro, in reparto, sperando che il caposala fosse addormentato quanto lui e non avesse troppo tempo e voglia per guardare le condizioni degli infermieri del primo turno.
La pelle era spenta, di un pallore quasi cereo e di una lucidità quasi artificiale, trasparente. In più punti si vedeva la rete di capillari, rosse e blu, che si diradavano dai lati delle orecchie per arrivare fina quasi a metà guancia, ma erano nascoste dalla barba incolta ormai più bianca che della tinta di un tempo.
I pochi capelli che aveva ai lati della testa, erano corti e sparati in tutte le direzioni come avessero combattuto per tutta la notte contro chissà quale oscuro nemico dell’umanità, la chierica gli conferiva un aspetto ancor più vecchio e decadente di quanto non fosse in realtà e tutto questo era reso ancor più evidente dall’aspetto dimesso e rassegnato del suo sguardo.
Gli occhi avevano perso lo smalto dei tempi andati in cui da giovane uomo pieno di forze quale lui era, avevano sostenuto lo sguardo di chiunque, senza paura alcuna, al limite della sfacciataggine.
Ormai era vecchio e i suoi occhi lo gridavano al mondo intero. Era vecchio e aveva perso la sua battaglia contro l’invisibile nemico che alberga nell’animo di ogni uomo: il suo alterego, il critico più acerrimo con cui confrontarsi, quel fiero guerriero intimi contro cui lui non poteva far nulla perchè al contrario di egli stesso, il suo alter-ego non mostrava segni di cedimento e del passar del tempo, era sempre pronto a far sentire la sua pressante o ingombrante presenza.
Forse era per quello che sua moglie lo aveva lasciato, molti anni prima, e non aveva più voluto avere a che fare con lui.
Forse era per quello che si era rintanato in quel buco sperduto nella periferia, cercando di isolarsi da tutto e da tutti.
Forse era per quello che…
“È tardi!” pensò, scacciando di colpo i pensieri che si affacciavano sempre più spesso alla mente e lo lasciavano invariabilmente in uno stato che lui detestava e con in bocca quel gusto metallico che sapeva di sconfitta.
- È tardi e il primo turno inizia fra mezz’ora - disse alla sua immagine prima di spegnere la luce ed uscire di casa senza nemmeno dare uno sdegnato sguardo dietro di sé.
Il cartellino andava timbrato anche in quel giorno di febbraio, andava timbrato in orario altrimenti la multa scattava con la precisione di un bisturi, scavando un sensibile solco nella sua paga già spesa ancor prima di esser depositata sul conto della banca nella quale, tanto tempo addietro, suo padre era stato un direttore affermato e stimato da tutti.
- Maledetta quella volta che non ho ascoltato i consigli del mio amico svizzero buttandomi nel commercio. E maledetta quella volta che non ho accettato quel posto. - disse a voce alta scendendo con passo malfermo le scale.
Il portone si chiuse con un prolungato cigolio dietro di lui e la sua figura si perse nel buio della nebbia mattutina, densa di umidità e di odori industriali.
- Maledetta quella volta che non ho…- le sue parole si persero nello sibilo della frenata di un tram sferragliante li vicino. _________________ «La vigliaccheria chiede: è sicuro? L'opportunità chiede: è conveniente? La vana gloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto?» e verrà il giorno, in cui le cose si faranno perchè giuste, non convenienti. |
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