PRESENTAZIONE DELLA RICERCA

Negli ultimi anni c’è stata una modifica sostanziale delle caratteristiche operative dei servizi di Pronto Soccorso sotto diversi aspetti, e di conseguenza anche la figura dell’infermiere si è trovata a confrontarsi direttamente con i cambiamenti riguardanti il contesto lavorativo.

I punti critici del sistema sono:

  • l’aumento del carico di lavoro: è stato visto che un sempre maggior numero di utenti si rivolge ai servizi di Pronto Soccorso, specialmente quelli che non necessitano di cure urgenti, intasando ulteriormente il servizio.

    Solo nella regione Emilia Romagna dal 1995 al 1997 le prestazioni dei servizi di Pronto soccorso sono aumentate di 327698, dato questo estremamente significativo le cui cause andrebbero ricercate in diverse direzioni, dalle lunghe attese al CUP per esami di varia natura, ad una supposta mancata risposta del medico di base alle esigenze del cittadino (riferita spesso dagli utenti), ad altre cause la cui natura assume i contorni più svariati e che meriterebbero da sole un approfondimento in un contesto a parte.

    Il Pronto Soccorso è un luogo in cui c’è sempre qualcuno in grado di dare una risposta all’utente, che sia psicologica o prettamente diagnostico terapeutica, risposta che all’esterno della struttura ospedaliera ovviamente non sempre esiste.

  • il tipo di utente: modificandosi ha conseguentemente trasformato il tipo delle prestazioni, infatti la popolazione è più anziana quindi maggiormente bisognosa di assistenza, soprattutto di quella di base. Si è potuto vedere in maniera netta come negli ultimi anni l’età media del paziente tipo si sia notevolmente alzata, comportando un approccio diverso e per molti versi più impegnativo rispetto al passato. L’anziano ha bisogno di maggior conforto psicologico e umano, spesso non è autonomo quindi va assistito in tutte le sue funzioni anche elementari, in più essendo molte volte portatore di più patologie e non essendo collaborante richiede maggior tempo e impegno nell’approccio diagnostico terapeutico. Tutti questi elementi (tanto per citarne alcuni) hanno fatto si che l’operatore si sia trovato ad affrontare un cambiamento importante proprio nel punto cruciale del suo lavoro; l’assistenza diretta verso un determinato tipo di paziente.

  • le problematiche economiche aziendali: hanno portato a ristrutturazioni organizzative con taglio del personale infermieristico, dei posti letto, con la chiusura di padiglioni ospedalieri, portando ad una diminuzione delle risorse dedicate, con conseguenti soste prolungate in PS dei pazienti in attesa di ricovero.

    Infatti nella nostra realtà le soste di pazienti in attesa di posto letto nei locali di pronto soccorso si possono prolungare fino a 15 ore, con tutto ciò che ne consegue, tanto che spesso si confonde l’attività propria di un servizio come il pronto soccorso con quella caratteristica di un reparto di degenza, dove si suona il campanello per i bisogni fisiologici, dove vi sono orari per i prelievi e quant’altro.

    Inoltre il personale infermieristico, oltre a subire un aumento del carico di lavoro in quanto aumenta il numero di persone che affluiscono al servizio, deve fare i conti con un numero di personale ridotto e con un organo direttivo gestionale che con difficoltà supplisce a carenze di personale come invece in passato avveniva (magari paradossalmente anche in eccesso).

    Quindi pensionamenti, aspettative e malattie spesso non vengono sostituite, la cui conseguenza porta inevitabilmente a periodi di continuità lavorativa senza una interruzione data dalle ferie periodiche (elemento determinante contro lo stress) che si prolungano sempre più, originando nell’operatore un aumento della tensione e della stanchezza che a lungo andare può portare alla burnout sindrome.

    Il tutto inserito in un contesto operativo di potenziale emergenza tipico del servizio di PS, in cui in ogni momento senza previsioni di sorta possono confluire con i propri mezzi o con ambulanze malati anche critici che ovviamente abbisognano senza attendere di assistenza specifica immediata efficace ed efficiente.

  • Rapporto relazionale utente-operatore: mentre un tempo il rapporto era maggiormente collaborativo e di disponibilità in senso generale, negli ultimi anni è significativamente peggiorato, anche se possiamo asserire che nella nostra specifica realtà solo ultimamente grazie all’URP (Ufficio Relazioni col Pubblico), a confronti costruttivi col Tribunale dei Diritti del Malato e con altri organi rappresentativi della popolazione abbiamo assistito ad una incoraggiante inversione di tendenza Gli episodi di malasanità evidenziati dai mass media spesso inducono a preconcetti errati, per cui l’utente si relaziona con l’operatore (di solito è il triagista il primo a scontrarsi con questa situazione) in maniera che può anche essere aggressiva, in quanto l’individuo si reca nella struttura avendo già la convinzione, determinata dalle informazioni numerose (e talvolta errate) ricevute dagli organi preposti, che chi vi opera non ha, nelle migliori delle ipotesi, le caratteristiche tecnico-relazionali adatte ad accogliere le sue richieste.

    Questo può quindi far suscitare inutili discussioni e tensioni "gratuite" tra l’utente e l’operatore, perché alcune volte basta una parola intesa male che immediatamente si accende la diatriba, e l’utente si difende con minacce di risvolti giudiziari di vario tipo contro il o gli operatori.

    Un’altro elemento importante che riguarda la malainformazione sono i numerosi programmi di medicina che entrano nelle nostre case con una miriade di informazioni prettamente mediche e più sanitarie in generale che possono provocare disinformazione o informazioni distorte.

    Lungi questo dall’essere inutile, ha invece un effetto boomerang, nel senso che l’utente si reca al servizio con una propria diagnosi (quasi sempre in maniera completamente errata) e pretende immediatamente indagini specifiche e visite specialistiche che lui ritiene indispensabili e appropriate ai suoi sintomi.

    Ciò determina dei conflitti perché nonostante l’operatore spieghi che prima di fare diagnosi il medico deve visitare il paziente e che i criteri di richiesta espressi non sono esattamente congrui con l’obiettività sanitaria, l’utente si sente rifiutato, non creduto e minimizzato nei suoi aspetti sintomatologici.

    La sua ansia quindi non trova una risposta immediata che ne plachi l’effetto e questo purtroppo può determinare scontro e incomprensioni.

    L’ansia è un fattore che noi abbiamo visto aumentare negli ultimi anni, specialmente nei giovani, che si recano al nostro servizio con patologie di carattere psicosomatico e alcune volte propriamente di tipo psicologico-psichiatrico.

Tutti questi elementi hanno comportato un cambiamento molto importante nell’operatività infermieristica di pronto soccorso, in tutti i suoi aspetti, da quello prettamente umano, a quello tecnico e psicologico relazionale, e le caratteristiche di questi mutamenti non sempre sono state positive.

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Vivendo in prima persona situazioni di disagio ci siamo chiesti se la cosa riguardava anche altri colleghi che lavoravano in un servizio come il nostro, e se nel caso fosse comune era giusto uscire allo scoperto per poterne poi parlare e cercare un confronto, evidenziandone le cause principali e, cosa fondamentale, cercare di ipotizzare le strategie e le proposte per cambiare quello che non va, migliorando così il servizio con reciproca soddisfazione.

E’ nata così alla fine dell’anno 1997 l’idea di cercare di valutare un eventuale stato di disagio degli infermieri che operano nei servizi di pronto soccorso (inteso come percezione soggettiva della loro situazione lavorativa e non come rilevazione oggettiva di uno stato di burnout) e le sue caratteristiche principali che potrebbe favorire l’insorgenza di stress e conseguentemente burnout.

Abbiamo così unito le nostre esperienze professionali, da una parte quella caratteristica e specifica del ruolo dell’infermiere di pronto soccorso, dall’altra quella maggiormente rivolta agli aspetti psicologici infermieristici tipici di un Dipartimento di Salute Mentale (DSM).

E’ stato creato un questionario di 40 domande, i cui elementi vertevano su pareri e sensazioni personali riguardanti alcuni aspetti caratteristici del lavoro infermieristico di pronto soccorso, quali il triage, il rapporto con i collaboratori, l’approccio all’emergenza, i fattori di disagio etc.

Aiutati in questo in maniera determinante dal Dott. Forabosco, che con i suoi preziosi consigli ha contribuito a rendere il lavoro maggiormente scorrevole e più scientificamente appropriato.

Il filo conduttore che ci ha unito in questa esperienza, oltre alla amicizia che ci lega, è stato proprio la passione per la ricerca, dalla sua progettazione alla sua organizzazione operativa globalmente intesa, cioè il percorso che va dall’incontro per la creazione del questionario fino allo studio dei dati.

E’ importante sottolineare che fin dall’inizio abbiamo avuto il beneplacito dalla nostra ASL tramite le rispettive Direzioni Sanitarie e i nostri primari, dove il progetto è stato favorevolmente accolto mettendoci così a disposizione a 360° i mezzi che l’Azienda stessa poteva fornirci, dal materiale cartaceo alla possibilità di telefonare, fino alla autorizzazione a consegnare personalmente i questionari.

Se ciò non fosse avvenuto la realizzazione di questo progetto sarebbe stata impossibile.

La figura infermieristica deve iniziare a sviscerare i propri problemi in autonomia (che non significa assenza di collaborazione con altre figure, cosa sicuramente errata sotto molti punti di vista) e cercare con metodo proprio di mettere a fuoco specifici problemi che possono portare a miglioramenti professionali e crescita culturale globale oltre che tecnica specifica del proprio settore.

Ci siamo rimboccati le maniche e al di fuori del normale orario di lavoro siamo partiti con questo progetto, non per raccogliere onori particolari e sentirci importanti, ma per fare un esperienza professionale attualmente non propria degli infermieri e per raccogliere elementi di studio che possano portare dei cambiamenti anche se piccoli, e magari scrollare un po’ gli animi facendo prendere coscienza dei problemi , in questo caso specifici.

Tutto il lavoro è stato oltremodo impegnativo, e questo è stato un elemento che ha messo a prova la nostra costanza e la nostra coerenza con gli impegni che ci eravamo assunti, innanzitutto con noi stessi e con quelle persone che ci avevano dato una mano, e in secondo luogo con i servizi di PS che avevano contribuito al buon esito dei lavori compilando i questionari e con i quali c’era una promessa da parte nostra di inviare i dati relativi al singolo servizio.

I detrattori della ricerca in genere e gli amanti degli "scontri duri senza paura con le bandiere in mano" hanno snobbato e snobberanno (proprio dal punto di vista del principio motivazionale) sicuramente un simile approccio; noi crediamo sicuramente nella lotta per far valere i diritti dell’infermiere, specialmente in questo periodo di cambiamenti, ma crediamo anche che una componente importante di questo si deve basare anche su dati specifici frutto di ricerche, perché occorre evidenziare e dimostrare che anche l’infermiere può fare seria ricerca.

Nelle considerazioni emerse dai questionari, sono state fatte delle affermazioni da alcuni colleghi in cui si intuiva che secondo loro la nostra iniziativa era dovuta al fatto che verosimilmente non avevamo nient’altro di meglio da fare, e che probabilmente avendo una vita privata non molto soddisfacente abbiamo riversato il nostro disagio affettivo in una attività compensatoria, espressa appunto in un lavoro extra.

Fortunatamente la nostra vita privata è assolutamente normale, e le motivazioni che ci hanno portato a intraprendere questa esperienza professionale hanno ben altro rilievo.

E’ poi opportuno ricordare che questa attività ha un carattere di assoluta temporaneità, infatti ribadiamo che il nostro lavoro è assistere i malati con tutto ciò che ne consegue, dall’uso delle apparecchiature come il monitor defibrillatore alla padella. Una interessante parentesi della nostra vita lavorativa ordinaria insomma, con i suoi alti e bassi come in tutte le cose.

Crediamo comunque che il lavoro, rivestendo una componente importante della nostra vita, in senso temporale e di coinvolgimento psicologico-relazionale e umano, sia una condizione senza dubbio onerosa, ma che debba e possa essere anche stimolante, dal punto di vista culturale e professionale e umano, altrimenti si rischia di cadere in una routinarietà noiosa e distruttiva.

Poi ovviamente c’è un tempo per ogni cosa, ed è ineccepibilmente giusto che la sfera privata deve rivestire un ruolo di prioritaria importanza nella vita di un individuo, specialmente se riguarda la famiglia. Una cosa non deve annullare l’altra, ma si devono intersecare vicendevolmente, creando un equilibrio.

Maslach ad esempio rilevò che le persone con figli e una famiglia stabile avevano livelli di burnout minori rispetto a chi non aveva tutto ciò.

La diffidenza generale che accompagna iniziative come questa porta a dire che sono "inutili lavori e perdite di tempo, intanto non cambia nulla": potrebbe essere vero però noi crediamo che la passività (spesso essa stessa reazione ad un disagio interiore che non si vuole affrontare) possa solo portare ad un incancrenimento ed un incistamento ( tanto per usare una terminologia propria della nostra professione) approfondendo e aggravando sempre di più situazioni già stagnanti e deleterie.

Detto questo noi auspichiamo che il lavoro che abbiamo fatto, seppur piccolo e "fatto in casa" cioè senza avere alle spalle istituti universitari o personaggi di spicco del settore, possa servire alla nostra crescita professionale e ad aprire e far continuare (come è già inevitabilmente successo) un confronto professionale tra gli infermieri, facendo crescere anche l’intersecazione culturale di questa figura spesso sminuita (anche dalla categoria stessa) e non ritenuta in grado di sviscerare i propri problemi e di studiare (anche con la ricerca specifica) il modo per affrontarli.

Lasciamo dunque al lettore interessato a questo lavoro, (qualsiasi ruolo esso rivesta) alla visione dei dati, ai loro commenti e a tutto il materiale raccolto in questo anno e mezzo di impegno, rimanendo sempre disponibili ad una seria discussione e anche a critiche costruttive (tutto il lavoro è in queste pagine, con i suoi pregi e difetti, sottolineando il fatto che tutto ciò che i rispondenti hanno scritto, sia nelle note riguardanti ogni domanda che nelle considerazioni generali è stato fedelmente riportato nella sua globalità) e ad un sempre ben accetto confronto professionale e culturale.

 

RINGRAZIAMENTI

Nella totalità del contesto di questa ricerca diverse persone ci hanno aiutato in svariati modi a seconda delle proprie competenze, conoscenze e semplice disponibilità umana, senza pretendere nessun tipo di riscontro se non il ringraziamento personale che intendiamo rendere pubblico.

Si ringrazia pubblicamente; il Dott.R.Cremonini e la Dott.ssa I.Janes , la Direzione sanitaria del presidio ospedaliero di Lugo – CSSA M.Guzzardi -e del DSM di Lugo – DAI E.Rimini- ASL Ravenna, il Dott.G.Forabosco, il Dott.D.Minguzzi e Zavatta Desy per la parte informatica, il Dott.Grillo, la Dott.ssa R.Salaroli, AFD Para Stefano e tutti i colleghi del Pronto Soccorso di Lugo e del DSM di Lugo per la disponibilità e pazienza dimostrata.

Regazzi Denise ringrazia affettuosamente Simone e Fabrizio Para per la disponibilità e preziosa supervisione offerta in questa ricerca; Venturini Luca ringrazia affettuosamente la collega ma soprattutto moglie Nicoletta per il paziente supporto offerto per la globalità di questo lavoro.

Si ringraziano inoltre tutti i colleghi che hanno compilato i questionari e che hanno permesso il completamento del lavoro.

Infine un ringraziamento al carissimo amico e collega Buzzi Paolo che ha disegnato il logo simbolo della nostra ricerca.

 

I ricercatori

INF. Nadia Bartolini, Denise Regazzi, Luca Venturini



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